Non c’è sapienza, né fede, né bellezza, se non ho in me la Carità. Solo l’amore è specchio dell’Eterno, non finirà in un tramonto. Non c’è potenza, né forza, né speranza, se non ho in me la Carità. Un grido sale da chi non ha che te Signore della vita. Con te Vincenzo risplende un’alba nuova, un sole che vivrà negli occhi dei più poveri. La Carità in te si fa presenza, il sogno dell’eterno in te si fa realtà. Tra le mie braccia il dono del conforto Nel mio silenzio la forza del perdono Nei miei pensieri la strada verso te Signore della vita. Con te Vincenzo risplende un’alba nuova, un sole che vivrà negli occhi dei più poveri. La Carità in te si fa presenza, il sogno dell’eterno in te si fa realtà. Con te Vincenzo risplende un’alba nuova, un sole che vivrà negli occhi dei più poveri. La Carità in te si fa presenza, il sogno dell’eterno in te si fa realtà. In te si si fa realtà, in te si fa realtà, in te si fa realtà.
Venerabile Janez Francisek Gnidovec (1873-1939)
Venerabile Janez Francisek Gnidovec (1873-1939)

 

 
«Ve l'ho portato perché ne facciate un santo!»
di Mons. Rolando Zera

 

Il 27 marzo 2010 il Santo Padre ha autorizzato la promulgazione del Decreto sulle virtù eroiche di Giovanni Francesco GNIDOVEC (Slovenia), d’ora in poi chiamato Venerabile. In vista della Beatificazione, avremo presto l’esame del miracolo avvenuto per sua intercessione nel 1980 e già presentato alla Congregazione dei Santi nel 2006.

 



Veliki Lipovec, a fine Ottocento, è un villaggio di ventinove case privo di acqua corrente e di energia elettrica, dalle comunicazioni estremamente difficili. Lo abita gente povera, ma gioviale, allegra, onesta e tenace, permeata da una religiosità convinta e da un forte senso di appartenenza alla Chiesa.
È qui che, il 29 settembre 1873, nasce Janez Gnidovec, terzo di nove fratelli: cinque nati dal primo matrimonio del padre con Josefa Pust, e quattro dal secondo, con Ana Poznik. Il padre, Josef, che ha prestato per dieci anni servizio militare durante la seconda guerra d'indipendenza italiana, è cattolico credente e praticante. Riservato, severo, è esigente con se stesso e coi figli, che dalla famiglia imparano ad amare Dio e i bisognosi, a scandire la giornata al battito della preghiera, a riconoscere i valori portanti dell'esistenza come la semplicità, la rettitudine, il rispetto di  sè e del prossimo. La madre, Josefa Pust, muore nel dare alla luce Vincencij, il quinto figlio. Janez ha sette anni; e della mamma porta con sé, insieme al dolore per averla perduta, la ricchezza della sua fede, la sua bontà e tenerezza, che si imprimono nel suo cuore per sempre.
L’apostolato del Gnidovec infatti, sorretto dalla forza che attinge e gli deriva da Dio, è costantemente mosso e intriso della cifra del materno e della sua dolcezza.
Dopo la morte della madre, Janez, dal 1881 al 1884, termina le elementari (già iniziate al suo paese d’origine) presso i Padri Francescani a Novo Mesto dove, successivamente, frequenta anche il ginnasio e il liceo. Sempre si distingue per profitto, impegno, riservatezza, fedeltà al dovere, umiltà, pietà. Contemporaneamente, con i compagni di scuola è un amico gioviale e attento.
L'11 febbraio del 1892 gli muore il padre. Lo stesso anno, il  5 luglio consegue la maturità e il 22 agosto entra in Seminario a Ljubljana per iniziare gli studi teologici. Con determinazione immediata si prefigge una perfetta santità di vita mentre  attende, con desiderio e grande serietà, il sacerdozio.
Il seminario gli offre anche l’occasione di incontrare, per la prima volta – essendo presso di loro alloggiato provvisoriamente insieme ad alcuni compagni – i Padri Lazzaristi, della cui congregazione entrerà a far parte molti anni dopo (nel 1919). Intanto il 23 luglio 1896, a soli ventidue anni e otto mesi, nella Cattedrale di Ljubljana Janez Gnidovec riceve, dal Vescovo Jakob Missia, la consacrazione sacerdotale.
Pressoché subito vicario cooperatore nella parrocchia dei Santi Barbara e Agazio a Idrja, lo zelo, la chiarezza  morale, la semplicità e la modestia accattivanti con cui si porge, suscitano consenso, ammirazione e avvicinamento d’anime. La sollecitudine del pastore pulsa nella sua predicazione, dove il timbro della voce e l'alacrità retorica, che tradiscono la preoccupazione di rendere il linguaggio il più possibile accessibile a ciascun parrocchiano, sommuovono cordialità e commozione.
Il 1897 lo vede trasferito a Vipara. Durante i due anni di sosta in questa parrocchia, lo zelo di questo giovane prete di statura piccola, insignificante e debole, ma dall'anima grande, è un insegnamento costante e la sua severa affabilità, la dedizione, l'attenzione spirituale per tutti, attrae e incoraggia i giovani che lo rispettano, lo cercano, lo amano. Dispensa loro attraverso il catechismo le verità della Fede, escogitando e adottando accorgimenti pedagogici affinché si fissino nel loro pensiero e nei loro cuori per tutta la vita e quando, spinto dall'ardore per le loro anime istituisce in Parrocchia la Congregazione Mariana, i giovani vi si iscrivono numerosi e entusiasti.
Sono molte le iniziative di questo generoso dispensatore dei beni di Dio. Dimentico di sé, non perde occasione per donarsi tutto a tutti e mai, mai distrae lo sguardo dai bisogni umani e spirituali del prossimo, che anzi gli premono sempre e dappertutto così intensamente da far sentire già in lui il missionario. E anche quando il Vescovo di Ljubljana, Msgr Anton Bonaventura Jelic, lo invia nel 1899 all'Università statale di Vienna, mentre s'impegna con solerzia negli studi, non smette di prodigarsi per la gente, quella slovena in particolare: l’avvicina, tantopiù se umile e povera – come i molti caldarrostai –, la visita nelle proprie case, l’aiuta economicamente, si occupa del rapporto con Dio delle anime sollecitandole e abituandole a soddisfare i propri doveri religiosi. Anche i non cristiani sono attratti dalla sua statura spirituale e umana, che suscita ovunque ammirazione, stima.
Conseguito il Dottorato in Filosofia, Gnidovec, dopo aver insegnato per un anno al ginnasio di Kranj, viene nominato professore  e direttore del ginnasio-liceo vescovile di San Stanislao, a Sentvid in Ljubljana. L’incarico non è semplice: insieme a insegnanti neofiti, a biblioteche sguarnite, a gabinetti scientifici carenti, urge ottenere, cosa non facile, sia la parifica statale per ogni singola classe che la maturità, conditio sine qua non per l’insegnamento in lingua slovena.
Dirige il San Stanislao per ben quattordici anni con energica volontà, ponderatezza, tatto, affinché agli studenti non manchino gli aiuti necessari e gli insegnanti non si trovino sprovvisti di guida e incoraggiamento.
Con coscienziosa oculatezza, sempre in sintonia col suo Vescovo, reperisce e  organizza sussidi didattici, coinvolge i collaboratori sul piano educativo e crea unità studentesche dove i ragazzi, sia attraverso la Congregazione mariana sia attraverso altri circoli culturali, maturino un più consapevole personale impegno nella propria formazione.
È questo sodo e intenso lavoro che dà vita anche al "Mentor", primo periodico in lingua slovena per studenti, e fa del San Stanislao un istituto cattolico di educazione esemplare, il primo  Istituto Cattolico Parificato di lingua slovena. Ai suoi giovani trasmette istruzione e formazione, esprime fiducia, incoraggia, propone — ed esige — sincerità. Loro corrispondono con stima ed affetto.
Intanto la Grande Guerra imperversa. Il San Stanislao – edificio gigantesco – dalle cantine alle soffitte è stipato di feriti  per i quali Gnidovec si assume il compito di cappellano militare volontario e con vigore e risolutezza, soccorre, medica, prega, assiste spiritualmente, confessa ciascuno nella propria lingua materna, dona il proprio denaro. E quando le provviste stanno esaurendosi e si fa drammatica la possibilità di reperire cibo per tutta quella moltitudine lui, Gnidovec, che sente irresistibile e assoluto il dovere di portare gli uni i pesi degli altri, continua ad accogliere ed assistere, varcando anche la soglia della baracca di legno che ospita i malati di colera, pur di portare la consolazione anche ai moribondi.
Nel contempo, mentre l’Istituto ginnasio-liceo San Stanislao a Sentvid di Ljubljana negli anni 1914-1917  viene adibito ad ospedale militare, egli continua ad essere l’educatore oculato che non perde di vista la formazione dei suoi allievi.
Il prof. Bednarik Rado, già studente al san Stanislao, e i suoi compagni, si chiedono come possa, quest’uomo, la cui abnegazione resta per loro un esempio irraggiungibile, col suo debole corpo portare tutti questi pesi e ancora il rettorato, la direzione e perfino l’insegnamento nelle classi superiori.
Durante il suo lungo e fervido cammino, Gnidovec matura il desiderio e la decisione di entrare fra i Lazzaristi che, in occasione delle missioni a Ljubljana, ha conosciuto da vicino. Il suo vescovo, Msgr Jeglic, lo presenta loro dicendo di averglielo portato perché ne facciano un santo. È l’8 dicembre 1919. Entrando in noviziato Gnidovec, al direttore che lo accoglie, dice: «Ora sono vostro».
La vita di Janez Gnidovec prosegue ricca di servizio missionario, di preghiera, di penitenza, di attività instancabile anche nella predicazione e nelle confessioni. Terminato l’anno di noviziato viene nominato direttore del seminario (di cui è già guida spirituale) fino al 1924 quando il Nunzio Ermenegildo Pellegrinetti il 30 novembre, a Ljubljana nella chiesa del Sacro Cuore (officiata dai Padri Lazzaristi), lo consacra Vescovo della diocesi di Skopie-Prizren: un territorio vastissimo che comprende la Macedonia, il Kossovo e piccole porzioni della Serbia e del Montenegro.
Msgr Janez Gnidovec, che ha aggiunto al proprio nome di battesimo quello di Francisek, da uomo di preghiera, di sacrificio e di granitica fede, opera indefessamente. Il suo primo passo da Vescovo è lo studio della lingua albanese, che nella diocesi affidatagli è parlata dalla maggioranza. La diocesi è un territorio dove la lotta delle razze e delle religioni è incessante, dove serpeggiano irredentissimi albanesi, bulgari, greci, […] dove ogni passo dei cattolici, per una serie di falsi sospetti, viene osservato e commentato. […] Le difficoltà sono grandi.
Stabilita a Prizren  la propria residenza episcopale, viene accolto festosamente dalla gente, soprattutto albanesi e croati tra i quali cominciano a stabilirsi cattolici ungheresi, cechi e altri immigrati. La stragrande maggioranza manca quasi di tutto, anche della possibilità di esercitare un mestiere e istruirsi. Regna l’analfabetismo e fra i cattolici è abissale l’ignoranza religiosa. Le pochissime chiese sono misere cappelle, c’è grave carenza di sacerdoti e i pochi sono spesso condizionati politicamente. Gli immigrati, sempre più numerosi giungono senza casa, senza punti di riferimento sociali e religiosi. Le necessità della popolazione premono su tutti i fronti: religioso, morale, culturale, economico.
Il nuovo vescovo, che ha impresso sul proprio stemma il motto “Sono diventato tutto a tutti”, per tutti indistintamente si prodiga; anche per i laramani affinché possano professare pubblicamente la fede cattolica. Mitezza e tenerezza non lo abbandonano, e di nuovo non risparmia mezzi e fatiche personali.
Tra le sue molte preoccupazioni emerge l’apertura in Prizren del seminario minore. Ma non basta che anche qui non risparmi energie; l’urgenza delle necessità lo induce a chiedere al Padre Visitatore l’ aiuto dei confratelli Lazzaristi: «So che è in grandi ristrettezze per la mancanza di confratelli. Però La prego, pensi al compito importantissimo che abbiamo nella Serbia meridionale. Credo che è qui il più importante lavoro missionario. Pertanto La prego, non mi abbandoni. Mi mandi un confratello che ritiene il più capace, perché lo possa nominare consultore, il quale dirigerebbe anche il seminario minore, e che fosse capace, se a me vengono meno le forze, di governare la Diocesi. […] Dirigere il seminario è un affare così grande  ed elevato che merita sacrificarvi le forze migliori».
Nel frattempo la sua dedizione non demorde. Preoccupato di non perdere tempo nel condurre le anime a Cristo in breve  visita tutte le parrocchie della Diocesi dove, incontrando abbandono spirituale, scarsità di sacerdoti, di chiese e di cappelle, a tutti offre la possibilità dell’istruzione religiosa mediante l’opera dei catechisti.
Per sopperire alle necessità del suo gregge, lavora in prima persona senza badare ai lunghi chilometri da percorrere, alla fatica, al freddo e al caldo eccessivi, salendo montagne, traversando torrenti, col solo sollievo, assai raro e occasionale, di qualche tratto a cavallo o a dorso di mulo. Durante i suoi viaggi distribuisce tutto quello che ha e, restando completamente senza danaro, sfinito dalla stanchezza, dorme all’addiaccio.
E anche quando questa sua dedizione generosa e incondizionata è oppressa dalla sofferenza, volontà e forza d’animo, nutrite di fede ferma e ardente, non lo abbandonano mai ed egli continua a sorvegliare la sua tormentata e non facile diocesi distribuendo amore e insegnamento.
Nel 1934 trasferisce la sede vescovile da Prizren  a Skopje, dove esiste un’unica parrocchia retta dai Padri Gesuiti ai quali è affidata anche la cura pastorale dei cattolici dispersi nella vastissima diaspora macedone.  L‘intensa attività pastorale perdura. Il nostro Vescovo non si dà riposo. Quest’uomo gracile e minuto fin dalla fanciullezza, ma dalla volontà e dalla fede inesauribili, percorre più volte, nonostante i cattivi mezzi di comunicazione, e spesso a piedi con bagaglio pesante, la sua diocesi enorme. E mentre, negli estremi disagi, attraversa le strade del popolo che gli è affidato, il Servo di Dio e di tutti prega e scrive, costruisce chiese e cappelle, sana, converte.
Il 14 aprile 1938, prende parte al IX Sinodo Diocesano: l’ultimo della sua vita. In modo accorato dice ai sacerdoti presenti: «Io non sarò molto tempo con voi. […] Siate devoti adoratori. Ogni settimana almeno un’ora santificatela davanti al Santissimo […]. Prendete queste mie parole per ricordo».
Le sue condizioni di salute sono gravi; il mal di testa, di cui soffre da tempo, non demorde e cresce.
Intraprende, tuttavia, da solo, un viaggio – l’ultimo – per Ljubljana e s’intrattiene a lungo col Vescovo del luogo. Sfinito, viene ricoverato nell’ospedale Leonisce dove riceve ogni giorno la comunione, non smette di pensare, pregare.
Muore santamente il 3 febbraio 1939, primo venerdì del mese; e dopo tre giorni, ai solenni funerali nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù in Ljubljana, segue la tumulazione tra i confratelli Lazzaristi defunti, nel cimitero a S. Kriz (=Santa Croce). Il giornale locale “Slovenec”  annuncia che è morto il Vescovo Santo.
Molti anni dopo, il 22 agosto 1974, Madre Teresa di Calcutta, in occasione di una sua visita a Ljubljana, ricorda come lei nel novembre del 1928 (allora il suo nome di giovane albanese era Gonxhe Bojaxhiu) a Prizren avesse ricevuto dal suo Vescovo, Msgr Janez Francisek Gnidovec, la benedizione e il crocifisso di missionaria. Con il nome di Suor Terezija Bojaxhiu, in India (e nel mondo) sarebbe diventata, Missionaria della Carità. Sul Vescovo che aveva benedetto la sua partenza per la missione, in questo 22 agosto Madre Teresa di Calcutta offre un prezioso ricordo: «Egli era “Santo”. Noi tutti lo consideravamo tale… Quando sono partita da Skopje, egli ha offerto la Santa Messa per me, mi ha dato la Santa Comunione e la benedizione, e mi ha detto: Tu vai in missione. Da’ tutto a Gesù. Vivi solo per Gesù, che egli sia il tutto della tua vita. Ora egli prega per me e io ho un intercessore presso Dio».
Segreto e mirabile dialogo di carità fra santi… In una gara inconsapevole, hanno offerto la loro fedeltà al Signore per essere solo lode della sua gloria e accoglienza sincera di ogni fratello.