Capitolo nono del volume “Suor Giuseppina Nicoli, una mistica della carità”

Nel mistero della santità

 I santi sono dati ai credenti come compagni nel cammino verso Cristo. La loro santità è una grazia per tutti. Essi sono più che un modello. Propriamente sono compagni di viaggio nell’itinerario quotidiano che porta al Signore. Il cammino cristiano, infatti, non avviene nella solitudine, ma nella compagnia con le persone che una medesima vocazione ha messo insieme e che trasborda fin nel mondo soprannaturale, nella “comunione dei santi”.

In questa variegata compagnia ogni forma di santità rappresenta una via particolare che offre ad ogni cristiano uno spunto per rinnovarsi nella fede. Non c’è un santo che valga di più o un altro che valga di meno. La santità non si misura. La santità è sempre frutto della multiforme gratuità dello Spirito. E proprio perché non si misura, neanche si paragona. E’ come la bellezza dell’opera d’arte: è unica ed inimitabile. E’ da contemplare. Così è della santità: non si può inscatolare, catalogare. Essa è unica e diversa secondo la “fantasiosa” grazia di Dio.

“Ogni descrizione della mistica deve partire dalla conoscenza di principio che le vie tra Dio e le anime non si possono ridurre a sistema. … L’unico quadro ben fermo è e resta la vita di Gesù, la quale forma il canone per tutte le vie della perfezione. Le sue imitazioni però sono infinite. Per tutte vale il fatto che il sacrificio e l’obbedienza (come forma dell’amore) sono l’alfa e l’omega; e che non esiste altra “notte oscura” al di fuori di quella del Golgota, e nessuna salita interiore tranne quella che si attua nel descensus di Cristo. Tutto il resto è affidato alla misura misurante di Dio, il quale non si attiene a nessuna successione di gradini e può rapire un’anima saltando tutti i gradini nella luce più alta, nella purezza perfetta, per ributtarla poi di nuovo, a purificazione o ad espiazione nel tempo, dentro a tutti gli inferni dell’impurità. … Un’anima è un paese vasto: la cima del monte può brillare nella più chiara luce solare, mentre i piani inferiori sono coperti da nebbia e da pioggia”.[1]

Al contatto con il mistero della santità ciascuno si sente rilanciato nel proprio cammino verso una relazione sempre più approfondita con il Signore. Guardare i santi però non può ridursi ad un’operazione di semplice ammirazione. La santità dilata lo sguardo: è come un’onda, che raggiunge il limitare della storia dell’uomo e, toccandolo, lo smuove dalle sabbie della sua pigrizia e delle sue resistenze.

La santità attua così un’umanità autentica che ricalca la forma umana di Cristo. Qui, l’azione sotterranea dello Spirito Santo è essenziale. Egli ac-corda, per così dire, il cuore umano con quello di Cristo. Conformazione che non è l’esito di uno sforzo, ma il miracolo della grazia. La santità umana, infatti, rivela che cosa la grazia di Dio sappia operare quando l’uomo le consegna la propria libertà; non in qualunque modo, ma secondo la logica propria dell’amore. E l’amore non avanza riserve. Non accetta che si aggiunga un “però, forse” al “sì”, magari pure generoso e autentico, della sequela del Signore. La partecipazione della libertà umana alla santità consiste nel tagliare quotidianamente questo sottile filo di riserva che blocca la vita spirituale. Il volto interiore del santo si edifica seguendo ed inseguendo, nelle sinuosità della vita quotidiana, la misteriosa presenza di Cristo restando fedeli alle dinamiche autentiche del cuore.

Grazia, umiltà, obbedienza, sacrificio: sono le coordinate fondamentali entro le quali si è mossa l’esistenza di suor Nicoli nella sequela di Cristo. Esse, attraverso l’esperienza carismatica vincenziana, hanno poi trovato nell’esperienza della carità il crogiolo della loro sintesi. Questa carità rivela il cuore stesso di Dio, sia nel suo mistero più intimo di amore trinitario, sia nell’atto di donazione misericordiosa del Figlio Crocifisso all’uomo espropriato nella sua dignità dal male e dalla miseria.

Con queste osservazioni siamo premuniti contro ogni possibile tentazione di esaltazione nel guardare la figura umile di Suor Nicoli. A farcela sentire vicina è il fatto che appartiene alla “generazione di coloro che cercano il volto di Dio” (Sal 23,6). La sua grandezza sta nel miracolo stesso della sua esistenza, contrassegnata dalla costante ricerca di voler “svanire” per far emergere dalla sua povera umanità il volto caritatevole di Gesù Cristo. Non grandi opere fatte senza amore, ma cose, anche piccolissime, fatte sempre per rivelare l’amore di Dio per l’uomo.

Di questa sua santità raccogliamo i lineamenti che costituiscono la sintesi del sua biografia interiore.

 Esistenza teologale

 La vita interiore di suor Nicoli, osservata come “esistenza teologale”, evoca il nucleo più profondo e misterioso della sua persona. Esplorare i termini e la forma in cui il Mistero di Dio è entrato in armoniosa alleanza con la sua libertà, instaurando nel dono dello Spirito quella familiarità sponsale che sta all’origine della sua missione di carità fra i poveri, è un’operazione non priva di rischi. Perché il mondo interiore, che lo Spirito suscita nel cuore degli uomini, è imponderabile come tutte le cose di Dio. E, pertanto, inoltrarsi nell’interiorità spirituale di suor Nicoli richiede molta cautela; la quale però non esclude di poter narrare quegli scenari spirituali che la sua biografia ha lasciato trasparire.

Dall’abisso del proprio nulla l’apertura grata all’amore di Dio

L’esperienza spirituale di suor Nicoli ha il suo punto sorgivo nella coscienza della propria fragilità. Questa verità di sé riconosciuta, anzi incentivata e ricercata fino al desiderio dell’umiliazione, diventava, man mano che la vita passava, una feconda risorsa che le rendeva interiormente indispensabile il rapporto con il Mistero. Affermare Dio, non è stato per lei un accessorio spirituale. Le era diventato necessario, come l’aria per vivere. Questa ferita per cui sentiva la sua imperfezione di fronte al Signore e di fronte agli altri la teneva sempre in quell’atteggiamento di apertura accogliente, che unicamente predispone a vivere nella carità.

“Umilmente e sinceramente le chiedo – scriveva alla visitatrice, ripetendo quasi come un ritornello in tante sue lettere - d’essere rimessa come semplice compagna. Sono una povera cieca: non vorrei, sebbene incoscientemente, far del male alle mie buone compagne, alla casa, alle opere affidateci. Lei che non è cieca su di me, Lei a cui Dio dà lumi speciali, non permetta che le cose vadano male per cagione mia ed io spero con l’aiuto di Dio, di dimostrarle coi fatti che l’umile mia domanda non è di sole parole, ma viene dal cuore”.[2]

Dalle testimonianze unanimi di coloro che l’hanno conosciuta, il tratto più caratteristico di suor Nicoli è stato l’umiltà. “Sembrava impastata di umiltà, aveva sete di umiliazioni”.[3] La sua ascesi è consistita nello scavare a fondo nel mistero della propria fragilità umana, sgomberando il campo dall’illusione dell’amor proprio e predisponendosi all’azione della Grazia.

“Facciano il vuoto in se stesse, - raccomandava alle sue seminariste - morendo a se stesse, Dio le riempirà. La vera vita spirituale è questo vuoto che l'anima fa in sé con una totale abnegazione: vuoto che è riempito da Dio. Ecco perché, secondo la regola, si bacia la terra. Questa terra è nostra madre e noi torneremo ad essa per uscirne poi trasformati. Quando facciamo questo atto esteriore, discendiamo negli abissi del nostro nulla e ne usciremo trasformate. Diciamo allora: ‘Signore, nulla io sono davanti a Voi!’ … Quando si scende nel proprio nulla, si trova la luce e la grazia. Se ne esce trasformate”.[4]

L’arroganza è talmente incrostata al nostro io che fa corpo con esso, per cui è difficile persino vederla. Si incomincia a riconoscerla quando attraverso le delusioni della vita si è in qualche modo costretti a prendere le distanze da se stessi. Giuseppina ha avuto la grazia di potersi vedere alla luce della propria debolezza assai presto. E proprio questa coscienza di fragilità ha propiziato lo spostamento dell’asse su cui ha costruito la sua esistenza. Il primo e più prezioso dono che lo Spirito le ha fatto, è precisamente la grazia di questa leggera torsione da sé, per cui fin da giovane ha sperimentato che l’io, consegnato al Signore, non ne usciva diminuito, ma potenziato. Appoggiarsi su Dio non è stato un rifugio consolatorio, ma l’atto cosciente di una verità che le si faceva per grazia sempre più chiara.

Nella sua vita ebbe un particolare momento in cui l’umiliazione divenne massima. L’umiliazione del rifiuto: quella della non riaccettazione a Sassari nel suo amato Orfanotrofio. Non il rifiuto di “qualcosa” di lei, ma il rifiuto ostile della sua stessa persona. E neanche il rifiuto palese, ma quello sotterraneo che ferisce ancor più perché non lascia spazio ad una qualche difesa. Questa esperienza, sulla quale nella sua pur abbondante corrispondenza ha voluto stendere un velo di silenzio, l’ha condotta a scendere nella più bassa considerazione di sé. Senza tentennamenti, decisa.

“Il passato mi umilia – scriveva pensando a quel tempo -, ed è appunto questa umiliazione che mi fa capire che per me non v’è posto più utile, più sicuro, più meritevole, più desiderabile, dell’ultimo di tutti ”.[5]

Ma, paradossalmente, fu proprio a partire da quella umiliazione, che l’ultima parte di vita, quella passata alla Marina di Cagliari, divenne anche la più luminosa di carità. Nel mondo della grazia non ci si fa strada tentando di avanzare con le proprie forze. Bisogna farle spazio. Suor Nicoli ha lavorato senza pause a quest’opera di demolizione dell’attaccamento a sé. E così, quanto più lei faceva spazio, tanto più Dio le si manifestava con una gratuità sorprendente, donandosi come forza attrattiva e persuasiva.

Esistenza umile nella grazia

Fin dalla giovinezza suor Nicoli ha esperimentato il dono di una relazione affettiva con il Mistero di Dio. E ciò in una forma così trasparente che non lascia dubbi nel suo animo. “La grazia è ancora più misteriosa e più profonda della bellezza – osservava Charles Péguy -. La grazia è ancora più arbitraria, più libera, più sovrana, più perfettamente illogica; inquietante anche, come tutto ciò che è donato gratuitamente”.[6] E’ uno scenario di questo tipo che si osserva leggendo e scrutando i suoi scritti. La grazia ha generato in lei la sicurezza dell’abbandono in Dio che precede ogni ragionamento, cosicché il convincimento che Dio è tutto si trova in maniera spontanea nel suo animo. Non deve fare uno sforzo per diventarne convinta, ma, nella sicurezza tipica dell’amore, vi si trova immersa ed avvolta.

Lo sviluppo successivo è stato la forma coerente di quest’inizio. Nella sua vita non ha fatto altro che essere di Dio. Non c’è lettera dell’epistolario che sfugga a questa legge. Troviamo momenti di freddezza, di sofferenza, di incomprensione, di caduta: ma il sistema d’esistere è sempre identico. Giuseppina vive essendo di Dio. “Dio solo, la sua gloria e la sua volontà sono stati l’unico oggetto dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, l’unica regola della sua condotta”.[7]

“... per carità, non scoraggiarti - scrive nel pieno della maturità ad una compagna -. Se il buon Dio vuole che tu senta il tuo nulla, non è forse un bene questo? Confida, confida molto in Lui e tu sperimenterai che chi confida in Dio non è mai deluso. Abbandonati alla Provvidenza: v'è forse madre più tenera di questa? … Il buon Dio aiuta; guai se noi fossimo capaci! Obbediamo e Dio è obbligato ad aiutarci. Diffidare di noi e confidare in Dio: ecco il segreto per riuscire bene”.[8]

Nello sviluppo della sua storia è dunque andata crescendo un’alleanza con la Presenza buona del mistero di Dio che conduceva la sua esistenza penetrando nelle pieghe più minute della vita. Le è stata fatta la grazia di esperimentare la dolcezza della vicinanza del Signore, che la preservava dall’angoscia nelle difficoltà. “Persuasa delle sue miserie non ne stupiva né si scoraggiava, sapeva che da sé nulla poteva, ma che in Dio poteva tutto”. E perciò “dipendeva in tutto da Lui ed era sempre pronta ad ascoltarne le ispirazioni e a consultarlo in tutto”.[9]

L’esistenza di suor Nicoli è la convincente dimostrazione della costruttività umana, quando una persona si concede a Dio. All’interno di una cultura, quella moderna, che è l’esaltazione della libertà come non-appartenenza, poiché l’appartenenza al Mistero è vissuta come disturbo alla propria realizzazione, - come se l’essere vincolati a Dio sia una diminuzione dell’uomo -, la santità di Suor Giuseppina si pone in controtendenza. Dimostra con la vita la falsità della tesi secondo cui quanto meno si appartiene a Dio tanto più si è liberi. La verità è che, per il “nulla” che la creatura è, soltanto l’adesione all’essere di Dio genera un’umanità forte e lieta in ogni circostanza. Ciò, in suor Nicoli, non è stato il frutto di una meditazione filosofica, ma il tessuto quotidiano della vita. E’ come se in tutto il suo epistolario dicesse un’unica cosa: “Io non sono nulla, ma tu sei, o mio Dio. Ed io, aggrappata a te, vivo della tua stessa vita”.

Come si è sviluppata simile sicurezza interiore di appartenere al Signore? Con buona approssimazione possiamo pensare che ciò sia dovuto alla gioia di una gratuità d’amore esperimentata nei rapporti nella sua famiglia prima e nella comunità dopo. Nelle intense relazioni di famiglia e di comunità suor Nicoli ha respirato un profondo amore di benevolenza che le ha permesso di guardare con sincero realismo alla propria debolezza senza scandalizzarsi. In questi rapporti, che le rendevano quasi palpabile la bontà di Dio verso la sua esistenza, si è come trovata inondata da un incontro sorgivo di grazia. E così è stata trascinata nell’amore di Dio con movimento interiore, gratuito e spontaneo in una vocazione che la legava al Signore come al proprio tutto.

“La vocazione – spiega nel pieno della maturità alle seminariste, quasi trascrivendo la sua esperienza personale - è una voce che parla nell’intimo del cuore e che ci mette in un nuovo orizzonte. Questa chiamata opera una vera trasformazione dell’anima. Le tentazioni, le prove, il disgusto possono combattere questa divina attrattiva, ma non la smentiranno mai se la vocazione viene da Dio, giacché la volontà resterà ferma, immutabile anche in mezzo alla tempesta e l’anima, sebbene torturata dalle più acute pene, preferirà farsi strappare gli occhi anziché lasciare la sua vocazione”.[10]

In fondo, in queste istruzioni, parlava di sé. Raccontava di quella sicurezza spirituale che è, prima di tutto, dono e grazia. E che, fin da giovane aveva esperimentato nella misteriosa vicinanza di Dio. E ciò miracolosamente: come lo sbocciare della vita, che viene come viene, al di fuori di ogni schema. A guidarla è stata una sorta di incantesimo sul divino, simile allo sguardo stupito e rapito del bambino di fronte ad un’attrattiva irresistibile. La grazia è il nerbo segreto e misterioso dell’esistenza di suor Nicoli. Dio l’ha introdotta nella condizione dell’amore, che è quella relazione di reciproca appartenenza in cui viene incentivata l’esperienza della propria libertà come risposta all’amore ricevuto.

Abbandono in Dio come sentimento dell’esistenza

Suor Giuseppina rispondeva alla grazia, spronando sé e gli altri a darsi a Dio con una totalità senza restrizioni.

“… che in tutto tu veda Dio, la mano di Dio – poteva dire alla sorella -; sicché il tuo motto sia: tutto per Dio, tutto con Dio; e così tu riceva tutto dalle sue mani e sii abbandonata in Lui”.[11]

Il lento fluire dei giorni si è continuamente nutrito di questo sentimento d’esistere nell’appartenenza senza riserve al Mistero che le si presentava davanti mostrandosi di volta in volta con il volto delle circostanze della vita, buone o penose.

“Provi un abbattimento morale? Non lasciarti abbattere. Il Signore ti è vicino: dà piccoli colpi di scalpello per perfezionare la tua statua. … Non lasciarti abbattere. Serviamo il Signore allegramente, confidando sempre in Lui, abbandonandoci totalmente a Lui. Le stesse nostre debolezze e miserie debbono accrescere la nostra fiducia in Lui. Viviamo tranquilli e contenti nelle braccia di Dio, come un bambino è contento e felice nelle braccia di sua madre”.[12]

Con infinita fiducia si apriva allo sguardo di Dio, non perché giudicasse il proprio cuore puro, ma perché riconosceva la bontà di quello sguardo. E così poteva ricuperare tutto di sé, persino l’errore e l’incoerenza della vita.

“Lascio la cura al Signore – scriveva ai familiari -, nel quale si concentra tutta la mia speranza, tutto il mio amore: tocca a Lui aiutarmi, benedirmi, castigarmi, umiliarmi come è per il meglio. Trovo così bello lasciar tutta la responsabilità al buon Dio, considerandomi, quale veramente sono, un cieco, vilissimo strumento nelle sue mani. Non mi credano umile per queste ultime parole; non aggiungo altro perché temo che anche il resto sarebbe forse frutto della più fine superbia”.[13]  “Noi apparteniamo a Dio – spiegava ancora alle seminariste – gli apparteniamo interamente, corpo ed anima, per il tempo e per l’eternità. La nostra mente è sua con tutti i nostri pensieri, il nostro cuore è suo con tutti i nostri affetti, la nostra volontà con tutti i suoi atti, i nostri sensi con tutti i loro movimenti. Per questo, se non indirizziamo a Dio i nostri pensieri, i nostri affetti, le nostre azioni, noi rubiamo ciò che gli appartiene. Non si devono indirizzare a Dio solo le azioni spirituali e straordinarie, ma anche le azioni ordinarie, materiali, le più volgari come il bere, il mangiare, il sonno, la ricreazione. … E’ vero che tutte le nostre azioni davanti a Lui non sono nulla: dare ad un re un centesimo o anche una moneta d’oro è sempre un dono che non può arricchirlo. Così è delle nostre azioni, piccole o grandi per rapporto a Dio. Dio guarda il cuore e l'intenzione. E' commosso alla vista della nostra buona volontà, del nostro amore”.[14]

Suor Nicoli, attraverso una visione di fede sulla realtà, traeva l’umile sicurezza di un fiducioso abbandono in Dio che la conduceva. Anche la malattia ed il dolore, quando ormai erano diventate le compagne inseparabili di ogni giorno, quasi non disturbavano più. Lo sguardo del cuore era altrove. Racconta di sé ad una consorella, quando a pochi mesi dalla morte è inviata dalla visitatrice in una località montana, per riprendersi dai suoi mali: “Il riposo e l’aria di questi monti mi hanno giovato. … Sto meglio: ma più sicuro è abbandonarmi a Dio, perché disponga di me come vuole. Si sta così bene nelle sue braccia e si è sicuri: Egli è nostro Padre, nostro Sposo, nostro Tutto”.[15] L’itinerario ascetico è dunque segnato da un’immedesimazione totalizzante con il Signore che conduce alla dimenticanza di sé. Più appartiene al Signore e più si svuota. “Faccia Egli di noi ciò che vuole: siamo suoi. Egli è nostro Padre, lasciamo fare a Lui”.[16]

L’ascesi dell’appartenenza

Dove si desta l’amore, muore il dispotismo dell’io. E’ questa la nuova prospettiva dell’ascesi cristiana, che semplifica il cammino ascetico. La lotta contro le mille astuzie del “vecchio io” che cerca la propria comodità, il proprio onore e la propria volontà, non consiste in una contrapposizione, faccia a faccia, che finisce per rafforzare esattamente ciò che si vuol combattere. Lo sforzo non è bandito, ma si concentra piuttosto nello sguardo e nella memoria. La vita spirituale diventa dialogo, incontro, condivisione con il Mistero di Dio che si è donato nell’amore. Questa è la via seguita da suor Nicoli per il cambiamento di sé.

“Siamo chiamate a vivere una vita tutta interiore – spiega alle seminariste -, una vita di silenzio. Dobbiamo riposarci in Dio. Egli forma il suo santuario nel nostro cuore: procuriamo di vivervi nascoste e perciò fuggiamo la curiosità. Metteremo ostacolo alla nostra unione con Dio ogni qualvolta cerchiamo le creature e lavoriamo per loro.  Le anime che cercano Dio solo provano una santa gioia, che traspare dal loro volto e che distingue tutte le anime interiori. Esse parlano continuamente a Dio nel fondo dell'anima loro e questa conversazione è così intima, che pare si risveglino allorché si indirizza loro la  parola. Non proveremo questa felicità se ci diamo troppo alle cose esteriori e non sappiamo intrattenerci col nostro  Dio”.[17]

Suor Nicoli non sta parlando a novizie, carmelitane o benedettine, ma a giovani che saranno lanciate al servizio delle varie povertà del mondo. E lei, fedele all’insegnamento dei Fondatori, San Vincenzo e Santa Luisa, e attraverso la sua esperienza personale le riporta al punto in cui la frammentazione delle attività trova la sua unità: l’esperienza con il Mistero di Dio. Poiché senza questo rapporto primario, l’ascesi può trasformarsi in sottile soddisfazione dell’amor proprio ed il servizio dei poveri finisce per svuotarsi della carità soprannaturale.

“Quale consolazione alla fine di una giornata poter dire: tutti i passi che ho fatto, tutte le parole che ho detto, tutte le contraddizioni che ho sopportato, tutti i miei pensieri, tutto è stato per Dio e tutto ciò io troverò in cielo e abbellirà la mia corona di immortalità”.[18] “Nell’ordine morale noi possiamo facilmente cambiare le cose più volgari in pietre preziose: la purità d’intenzione è come una ‘pietra filosofale’ che dà prezzo inestimabile a tutte le nostre azioni, anche le più volgari”.[19]

Un’ascesi che punta lo sguardo su Dio mostra con chiarezza che non ci si appartiene più. Suor Nicoli era del Signore, che si era vincolato alla sua povertà con amore gratuito. Perciò tutto nella vita avrebbe dovuto lasciar emergere dalla sua esistenza l’amore sponsale di Dio.

Scrivendo ad una giovane seminarista che faceva per la prima volta i voti, la invita ad entrare in una logica sponsale, che esige il sacrificio come condizione necessaria dell’amore.

 “Prego il buon Dio di renderla vera Figlia della Carità, vera sua Sposa. Mi unirò al suo olocausto; prenderò parte alla sua gioia; pregherò, pregherò molto con lei e per lei. Oh! Sia sempre fedele ai suoi santi voti, a costo di qualunque sacrificio: sia proprio sempre, tutta, di Gesù. Dovrà farsi violenza, ma via, non daremo qualche prova d’amore al nostro Dio, rinunziando a noi stessi, al nostro amor proprio, alla nostra volontà?”.[20]

E’ quasi un ritornello negli scritti di suor Nicoli. “Andiamo verso Dio senza riserva, non rifiutiamogli nessuna cosa che si crede gli sia gradita. Scegliamo ciò che più gli piace”.[21] La sua vita intima è stata la storia di un rapporto d’amore con il Signore.

“T'auguro – scriveva alla sorella Faustina - una perfetta conformità al volere di Dio. T'auguro di poter dire con santo giubilo: "Le mie orecchie sono chiuse ai suoni terreni, ma sono più che mai aperte alla voce del mio Dio, che parla nell'intimo del mio cuore. Non ti chiamerò più infelice, ché veramente, e solo infelici, sono quelli che sono sordi alla voce di Dio. Se voi, o Signore, mi diceste: “Faustina, che cosa desideri?”, io risponderei: “Voi, o mio Dio, e nient'altro che Voi”. Facciamoci sante ed amiamo tutto ciò che, anche nostro malgrado, ci spinge alla santità”.[22]

Con questo non è detto che la sua vita sia stata una tranquilla passeggiata tra i fastidi del mondo, immunizzata dai quotidiani guai di tutti gli uomini. Al contrario, è stato un cammino faticoso in salita. La sua acuta sensibilità come la innalzava a periodi di vivo fervore, così la trascinava anche nei bassifondi della noia e dell’apatia. Ma in tutto ciò reagiva ed insegnava a reagire: “Non diciamo sono sempre la stessa. Noi navighiamo contro la corrente di un fiume. Non riusciamo ad andare avanti? Non diciamo: non faccio niente. Se sono sempre qui è perché lotto contro corrente, mi sostengo ecc. e m’arricchisco di meriti”.[23]  Accusa volentieri ed abbondantemente i suoi limiti e le sue mancanze. Vede e si proclama senza vergogna “peccatrice”. Ed in questo trova una ragione in più per vigilare, diffidando dell’amor proprio. “Se le capitava di cadere in qualche imperfezione non si turbava, se ne umiliava e si rialzava serena”.[24] Tutto ciò non per negare qualcosa, ma solo per fare maggiore pulizia in sé e riservare più spazio a Dio.

Sorretta dalla pietà

La sua interiorità era contrassegnata da quella luce che proviene dall’intangibile profondità della grazia. “L’anima sua doveva stare davanti a Dio non meno ardente di una lampada ed è senza dubbio ciò che le mantenne fino all’ultimo la calma e la pace; aveva conservato la freschezza dei suoi sentimenti, l'ingenuità e l’ardore della giovinezza”.[25]

“Spesso il suo viso era così illuminato dalla luce interna che volentieri le ragazze si voltavano per mirarla”.[26] “Il suo contegno religioso lasciava comprendere che viveva alla presenza di Dio; non faceva niente di straordinario, ma quello che doveva fare lo faceva così bene, così naturalmente bene, che si sentiva la sua unione con Nostro Signore”. [27]

Suor Nicoli ricorreva con quotidiana fedeltà alla preghiera, quella che conduce alle sorgenti del rapporto con il Signore e la rinnovava nella carità. Soleva dire: “Come l’aria è necessaria ai polmoni, così la meditazione è necessaria per il nostro spirito”.[28] E questo non era un pio desiderio, era pratica costante della sua quotidianità. La sua preghiera, secondo l’insegnamento del Vangelo, era la preghiera del povero che domanda e non si stanca di domandare. “Più prego e più sento il bisogno di pregare”.[29] “Voglio picchiare, picchiare e non lasciare mai di picchiare”.[30] Lo scopo della sua pietà era l’assimilazione a Cristo secondo la formula vincenziana della “conformità al suo volere”.

“Siccome la preghiera ben fatta ottiene sempre, - scriveva alla madre - è certo che il buon Dio, mentre si finge sordo alle nostre preghiere, ci concede grazie spirituali più importanti delle temporali che domandiamo. Ma quando saremo quello che egli vuole, quando la preghiera ci avrà rese più pie, più umili, più rassegnate, quando il nostro cuore sarà acceso d’un più grande amor di Dio, allora – io penso - Egli aprirà a chi picchia”.[31]

La pietà di suor Giuseppina non era astratta. Si applicava ad una devozione essenzialmente “cordiale”, perché il cuore è radice e fondo inglobante sia della sensibilità che dello spirito, per cui spirito e sensi non restano estranei. “Aveva una pietà affettiva e sapeva comunicarla”.[32]

“La sua pietà era altamente comunicativa e trasfondeva il suo spirito di orazione in tutto … Alla ripetizione dell’orazione soleva manifestare i suoi pensieri con frase accessibile, ma scintillante tanto che trasfondeva nelle sorelle il vivo desiderio di amare il Signore e di servirlo fedelmente a qualunque costo”.[33]

Il deprezzamento del sentimento impedisce alla sensibilità di integrarsi nel complesso dell’esistenza umana. Contrariamente a tutto il pietismo razionalista, che si è caratterizzato per il disprezzo dell’emozionale, Suor Nicoli ha vissuto “devotamente”. Attaccata al dono spirituale del “timor di Dio” non è però mai scaduta nel sentimentalismo: ha piuttosto nutrito la sua pietà del sentimento della presenza e della vigilanza del cuore di fronte al Signore.

“Suor Nicoli non aveva certo divozioncelle e posso dire che l’apparenza, specie dopo la S. Comunione, era come di estasi: aveva un contegno angelico, come pure trascorreva le ore di libertà in cappella davanti al SS. Sacramento”.[34]

Il segno di questo equilibrio nella pietà era dato dal fatto che non distaccava la pietà dal senso del dovere. Anzi il compimento del dovere diventava la garanzia della solidità della preghiera e della pietà. “Era esatta agli esercizi di pietà, ma pronta a interromperli, sospenderli, a lasciarli quando qualche ragione di necessità o di convenienza l'esigeva”.[35]

“Si, cara Maria, .. facciamo le nostre novene, facciamole con fiducia. … E' bello, è lodevole, è perfezione essere distaccate da tutto e deliziarsi pensando al cielo, all'infinito: ma ciò non ti deve impedire di occuparti con amore e, dirò anche, con entusiasmo dei tuoi doveri”.[36]

Suor Nicoli ha costruito la sua esistenza alla presenza di Dio, senza esagerazioni e senza cedimenti, con una intensità che sbalordisce.

Dalla grazia alla carità

La grazia in una persona si traduce in un’esistenza piena di gratitudine. E’ soltanto la sorpresa di una benevolenza sovrana e gratuita, sentita su di sé, a muovere ed a moltiplicare il proprio interesse per la vita. Senza nulla trascurare. Coinvolgendo tutto il quotidiano nella prospettiva dell’eterno. E perciò dandole un respiro inarrivabile  per la logica del mondo. E così il bisogno di gratificazione, che costituisce la base psicologica della sicurezza interiore, viene soddisfatto dalla relazione con il Signore. Nel rapporto con Lui, suor Nicoli ritrovava se stessa.

Ogni giorno pareva sperimentare l’urto sottile e discreto della risurrezione, che è come uno spunto di luce o un impeto di dedizione gratuita, che la portava a comunicare il Senso ultimo delle cose alle bambine povere del Conservatorio, dell’Orfanotrofio o ai ragazzetti della Marina. Le è stato veramente dato di incontrare l’Amore di Dio, prima di incontrare la morale. Un animo così sensibile come quello di suor Nicoli, se non avesse incontrato la grazia dell’amore di Cristo, si sarebbe distorta nello scrupolo.

Ed invece Dio l’ha chiamata ad una vocazione di consacrazione che l’ha resa “segno” tra i poveri di quello stesso amore che costituisce la sua essenza trinitaria e di cui il Figlio Crocifisso Risorto è “la Rivelazione” prima e definitiva. Lasciandosi rivestire dall’amore di Dio è potuta diventare donna di carità per i poveri. Ma per renderla atta ad esercitarla, Dio l’ha chiamata nel carisma vincenziano, grazie al quale è stata predisposta e, per così dire, “abilitata” alla carità.

 carisma e vocazione

 Entrando nella Compagnia delle Figlie della Carità, il volto interiore di suor Nicoli si è arricchito dell’assimilazione del carisma vocazionale secondo la figura della Figlia della Carità, che lo Spirito Santo ha suscitato mediante la genialità spirituale di S. Vincenzo e di Santa Luisa de’ Marillac. Il nuovo stato di vita l’ha posta nella possibilità di dilatare i propri limiti personali secondo le dimensioni proprie della vocazione. Questa forma di vita, alla quale suor Nicoli si è sottoposta con generosità e trasporto, è stata da lei non solo meditata, ma assorbita e tradotta nella sua azione di serva dei poveri, fino a farne diventare una realizzazione singolare del carisma. “La maggior parte degli uomini – osservava H. Urs Von Balthassar – sono ripetizioni scolorite, copie spuntate di originali molto rari”.[37] Suor Nicoli, possiamo dire, è stata invece uno di questi originali molto rari che hanno reso vitale e rinnovato il carisma molto antico della Figlia della Carità.

Il modello della Figlia della Carità

In un autografo trovato nel suo libro di preghiere, quasi per ricordarsene sempre o forse per rispecchiarvisi, suor Nicoli ha lasciato descritta la figura ideale della Figlia della Carità.

Una Figlia della Carità è un'anima che non ha altro spirito che quello di Gesù Cristo; che è nell'unione più intima con Dio; nella negazione la più perfetta; nell'umiltà la più profonda; nella carità la più estesa, la più tenera verso le sue sorelle e il suo prossimo. È un'anima che distrugge se stessa per unirsi al suo Dio, che crocifigge il suo giudizio, la sua volontà, le sue inclinazioni, strappa le sue imperfezioni per avvicinarsi sempre più al suo Dio, che ne fa il suo sovrano desiderio, suo unico amore, come è la sua felicità e la sua vita... Riguardo ad essa non si occupa che a conoscere i disegni di Dio sopra di sé e a corrispondere alle grazie che riceve. Essa non si applica che a consultare i movimenti del cuore del suo Sposo per regolare i suoi. Essa non ha attacco che al dovere; desiderio e ardore che per la Sacra Mensa, ove l'amore divino l'invita a nutrirsi di Lui stesso. Ecco la sua condotta: soggetta alla regola, edifica le sue compagne con i suoi esempi, le anima col suo fervore; sempre composta nel suo portamento, modesta senza affettazione, semplice nelle sue maniere, uguale nel suo umore, dolce in compagnia, moderata nelle sue azioni, saggia e religiosa nel suo camminare, grave senza ostentazione, seria senza affettazione, allegra senza leggerezza, compiacente, caritatevole senza distinzione, devota senza singolarità, fervente senza precipitazione, affabile e cortese, onesta, preveniente, sempre la prima agli esercizi di religione, di grande prontezza alle ore di Comunità, d'una esatta osservanza alle Regole, d'una perfetta e rispettosa sottomissione agli ordini dei Superiori. Non vi è niente nel servizio dei Poveri a cui non si abbassi. Non ha passione che per abbatterla; piaceri che per sacrificarli; obbligazioni che per adempierle. Essa disprezza gli elogi e non sa di meritarli; essa teme di comparire, quanto di peccare. Il suo cuore è il sostegno della virtù, la sua bocca l'interprete della verità, la sua condotta, insomma, porta l'impronta di Gesù Cristo”.[38]

Nella filigrana dell’immagine della Figlia della Carità vive la stessa dialettica che caratterizza l’esistenza umana di Gesù. “L’essere figlio – diceva acutamente Romano Guardini di Gesù - è la forma della sua esistenza”.[39] La sua vita di “figlio” è talmente dominante in Lui, che la sua umanità scomparirebbe se fosse difforme dalla volontà del Padre. Questa struttura umana di “figliolanza” è anche il modello spirituale della Figlia della Carità. Pertanto, la figura interiore della Figlia della Carità è chiamata a delinearsi con gli stessi contorni dell’obbedienza filiale di Gesù. Quel Gesù che lo stemma della Compagnia addita come Crocifisso.

“Il crocifisso. Ecco il più bel trattato sull’ubbidienza. Questo libro è scritto a lettere di sangue. Leggiamolo, quando i vapori dell’orgoglio ci montano alla testa, leggiamolo quando sentiamo i brividi della febbre dell’indipendenza. ‘Christus factus est pro nobis oboediens, usque ad mortem, mortem autem crucis’. Qualcuno dirà: ‘Ma ciò che mi comanda, mi costa’. Il capo coronato di spine, i piedi e le mani squarciate, tutto il corpo piagato, il palato amareggiato dal fiele, rispondono. ‘Ma è una piccola cosa’, dirà un altro. Leggiamo: essere crocifisso fuori delle mura, fra due ladroni, essere abbeverato di fiele, vedere la sua veste tirata a sorte, sembrano cose piccolissime, eppure il ‘consummatum est’ si attua soltanto quando queste piccole cose furono compiute. ‘Ma il comando che ricevo è ingiusto’. Le accuse dei principi e dei sacerdoti, gli scherni di Erode, la sentenza di Pilato erano ingiuste, eppure Nostro Signore vi si è sottomesso. ‘Ma chi mi comanda ha tanti difetti’. Avevano meno difetti i giudici, gli accusatori, i carnefici di Gesù? Eppure, a chi egli ha obbedito? Pensiamo alle parole di Nostro Signore: vi ho dato l’esempio, affinché facciate come ho fatto io, per primo”.[40]

L’obbedienza è stata la legge dell’esistenza di Gesù, perché mediante essa egli ha trasfuso nella sua umanità quella dipendenza filiale che è la sua vita nell’amore trinitario. Questa stessa la legge ha fatto di suor Nicoli una vera Figlia della Carità.

Conformità al volere di Dio nell’obbedienza

La Figlia della Carità - spiegava alle seminariste - “è figlia d’obbedienza”.[41] Ed è precisamente questo che traspare dalle centinaia di lettere ai superiori. “Giacché lo sento in cuore, - scrive alla visitatrice - voglio aggiungere ch’io le sarò sempre figlia affezionatissima ed ubbidiente e che voglio essere nelle sue mani come uno straccio”.[42] Per tutta la vita si è esercitata a dipendere fin nei minimi particolari: “Sono qui per obbedire e accetterò umilmente e senza fiatare qualunque disposizione ella crederà bene di prendere”.[43] La sua sottomissione obbediente, che alla luce della psicologia potrebbe essere giudicata effetto di debolezza umana, non era per lei l’incapacità dell’impotente, ma l’atteggiamento autentico di una persona libera che ama.

Questa fedeltà nel rapporto di ubbidienza ha trasformato suor Nicoli in vera “figlia”. Figlia nei confronti dei superiori. Figlia nei confronti delle compagne. Figlia nei confronti dei poveri. Una sottomissione che non ha nulla di servile, perché il sentimento del servo è agli antipodi del sentimento del figlio.

“La vera obbedienza si riconosce per quella spontaneità che guadagna i cuori, quella semplicità che non cerca i motivi del comando, quella generosità che non fa distinzione tra un comando importante o un desiderio, quell’umiltà che non ha riguardo che per Dio, quell’allegria che rallegra Dio stesso, quella perseveranza senza cui non si è virtuosi che a metà”.[44]

L’atteggiamento di obbedienza era per suor Nicoli l’espressione di una scelta interiore di volersi modellare sulla volontà di Dio. “La volontà di Dio era la sua, ella la cercava, la vedeva in tutto”.[45] Appartenendo a Dio, è appartenuta anche alla sua comunità. E perciò vi è stata incondizionatamente sottomessa. E’ andata dove l’hanno mandata. E, dove è stata, non si è mai sentita estranea, neanche nei momenti di massima emarginazione. Vi ha impegnato le sue forze come fosse il luogo dove il suo desiderio l’avrebbe condotta.

“L’ubbidienza mi deve guidare in tutto ed io sono felice di non far nulla se non per obbedienza”.[46] “L’accerto che sono disposta a tutto: pronta a lasciare anche questa casa, al primo cenno dei miei venerati superiori, per recarmi a turare l’ultimo buco della Comunità”.[47]

Non disquisiva mai sul problema della mediazione umana. I comandi dei superiori potevano anche essere inadeguati, ma il seguirli manteneva sempre nel solco della volontà di Dio. Ed, in fondo, è questa adesione il fulcro della questione. Come è stato per Gesù. La croce era un obbrobrio per la ragione: era un evento senza senso. Ma l’obbedire al Padre, che chiedeva di percorrere quella strada, era la manifestazione del più alto atto di ragione, il gesto dell’amore che trova la ragione dell’aderire ad altro da sé.

 “Io dico: ubbidiamo riguardo alle nostre opere a chi ha il diritto, l’autorità di comandarci, e poi abbandoniamoci a Dio. Il Signore dispone tutto per il meglio. Sul momento non sembra così, ma lasciamolo fare, preghiamo e confidiamo e verrà il giorno, in cui diremo: ho sperimentato una volta di più che Dio dispone tutto per il meglio e che Egli, se è per il meglio, finisce per far la volontà di quelli che filialmente s’abbandonano e tutto abbandonano a Lui”.[48]

Partecipare alla croce di Cristo

L’obbedienza comporta il distacco da sé. Ed il distacco nella sequela di Cristo è particolare. Non è una semplice perdita, ma una “permuta”: dall’io, imperniato sull’amor proprio, all’io capace d’amore.

Vivere comporta già per sé il “distaccarsi”: dalle proprie sicurezze, dai propri attaccamenti, dai convincimenti maturati a fatica. Ma per quante persone è vero anche il contrario: che distaccarsi è vivere? Distaccarsi normalmente è vissuto con dolore e lamento. Per suor Nicoli è stato invece uno dei fattori più significativi del suo cammino spirituale.

Le era stato dato di comprendere assai presto la contingenza della realtà creata. E da questa prima intuizione le fu chiaro che è più intelligente, prima che essere deprivati dall’inevitabile declino dell’esistenza, anticiparla liberamente nel distacco della donazione. Ad istruirla era stato il suo Maestro: il Cristo Crocifisso, alla cui scuola si era messa fin da giovinetta.

Suor Nicoli ha ingaggiato una profonda lotta contro il suo amor proprio, ma con il solo scopo di permettere a Dio di prendere possesso della sua esistenza. Ed è certamente una formula geniale quella di Suor Nicoli quando insegnava che “attraverso la mortificazione si permette a Nostro Signore di agire in noi”.[49] Liberando l’io dalla pressione della vanagloria, dell’orgoglio, della pretesa sugli altri, creava lo spazio perché Cristo potesse operare. O, inversamente, ma con lo stesso risultato insegnava che, come all’incedere della luce svaniscono le tenebre, così con l’affermarsi di Cristo nell’anima, gli attaccamenti dell’amor proprio diminuiscono per dinamica interna. “Vogliamo avere il cuore libero da ogni attacco? Amiamo Cristo al di sopra ogni cosa: sia il re del nostro cuore”.[50]

Allora la mortificazione come l’ha praticata suor Nicoli, attingendo all’insegnamento del Vangelo, non si presenta con la sola faccia della rinuncia. Possiede già il preludio di un guadagno più profondo. Il discepolo propriamente non rinuncia “a qualcosa” per Cristo, ma ricerca Cristo. Vuole che il Signore si affermi nella propria vita, anche visivamente, come forma del suo stesso esistere, per cui la mortificazione non è che lo strumento per realizzarlo. La pratica della mortificazione è pertanto caratterizzata da un movimento positivo del cuore, che assorbe la faccia oscura della apparente rinuncia e perdita. Questa è la logica della mortificazione cristiana.

Suor Nicoli si serviva di ogni cosa per richiamarsi e richiamare alla memoria l’amore di Cristo. E, paradossalmente, proprio i fastidi della vita e le contrarietà erano il luogo più significativo ed efficace di quella memoria. Nelle croci della vita, infatti, si anticipa in qualche modo il giudizio, perché lì si vede a che cosa il cuore è attaccato. Perciò usava tutta la sua abilità argomentativa per convincere della bontà delle prove che Dio inviava. Le lettere, soprattutto ai familiari sono zeppe di queste raccomandazioni.

"Mia carissima Maria, stavolta ti chiedo un grosso favore e sono certa che tu, tanto buona, non vorrai negarmelo. Non so come tu abbia saputo ch’io sono a Torino; almeno l'immagino, ma poco importa questo. Piuttosto ti dirò, in tutta confidenza, ch'io ho già offerto al buon Dio il sacrificio di non rivedervi, e non vorrei ritornare indietro. Adunque, cara Maria, dimostrami una nuova volta il grande affetto che mi hai sempre dimostrato, col rinunciare e coll'indurre la mamma cara e la cara Faustina a rinunziare per amor di Dio e per amor mio alla consolazione di rivederci. Lo so ch'io dovrei fare dei sacrifici e non ne dovrei imporre, ma vi so tanto buone e spero tante grazie per la mia cara famiglia, per me, per il mio Orfanotrofio, se voi m'aiuterete col sacrificio che vi chiedo. Un altro motivo, ve lo dico semplicemente: vorrei dare questo buon esempio alle mie care compagne, quasi a compenso di tante mie mancanze. ... Adunque, cara Maria, di’ alla cara mamma, alla Faustina (com’io dico a te) ch'io le ringrazio tanto tanto. In paradiso saremo contente d'aver fatto generosamente questo sacrificio, e non vale forse la spesa sacrificare la consolazione d'un giorno per un premio che durerà eternamente? Un altro piacere e me lo farai, nevvero? Che questa lettera e questa cosa resti assolutamente fra noi: se ne parliamo con l'uno o con l'altro, che merito ne avremo?".[51]

“Tutti abbiamo la nostra croce: portiamola insieme, consoliamoci insieme, alziamo insieme gli occhi al cielo e diciamo: ‘Grazie, o Signore, d’aver dato a ciascuno di noi questo tuo pegno di predilezione’. Lo Spirito Santo discenda su ciascuno di noi e, facendoci conoscere il nulla delle cose di questa terra, ci renda più leggera e più amabile la Croce”.[52]

Accettare tutto, non fuggire nessuna circostanza dolorosa: questo era l’atteggiamento di fondo nella vita di suor Nicoli. E' Dio che lo permette, le creature non sono che strumenti. Lavoriamo per Lui solo” - diceva – “dal momento che non possiamo fare grandi cose per Dio, non lasciamocene sfuggire alcuna per piccola che sia e proviamogli così il nostro amore. Sono le migliori occasioni per rinunciare a noi stesse”.[53] In questo modo attuava una penitenza più eroica che se avesse fatto gesti di eroismo. Perché l’atto eroico dura poco, ma la penitenza quotidiana, continua, non cercata, sfianca e può essere sostenuta soltanto da una memoria attiva di Colui che si ama.

Così, per alimentare la memoria del Signore, era solita dare a se stessa, alle sue consorelle, alle giovani dei piccoli foglietti scritti di suo pugno, sui quali assegnava una piccola pratica di mortificazione o di preghiera, che doveva servire a modellare la coscienza sulla memoria di Cristo. Di questi foglietti ne sono rimasti tanti. Sciupati dal tempo. Perché probabilmente li riutilizzava. Vi era scritto ad esempio: “Figlia, prega, lavora, soffri e taci!”. “Figlia non lavorare per fin umani”. “Figlia non lamentarti, non borbottare, tanto meno non mormorare”. “Figlia se una cosa ha cento aspetti, vedila sotto il lato buono”. “Figlia, non scusarti”. “Figlia, sii semplice nei pensieri, nelle parole, nei modi, in tutto”. “Figlia, non parlare di te stessa”.[54]  Questo modo d’agire era dovuto alla sua sensibilità di educatrice: sapeva bene che nessun intervento educativo è efficace se non incide sulla sensibilità umana. Sicché le rinunce, che praticava ed a cui invitava, dovevano essere richiami d’amore. La mortificazione, allora, educava e spianava la strada alla carità.

La mortificazione nella sua esperienza è stata uno strumento per realizzare l’amore a Cristo ed ai fratelli. “Non s’arrestava mai davanti alla fatica e alle privazioni, mai s’arrestava in considerazioni su se stessa quando si trattava di recar sollievo e di convertire il prossimo”.[55] E questo era il segno che la mortificazione non doveva confondersi con l’ingenua ricerca di una perfezionismo morale, che avrebbe potuto alimentare narcisismo e vanità. Suor Nicoli, piuttosto, insegnava il legame esistente tra mortificazione e servizio della carità.

“Le Figlie della Carità, veramente Figlie della Carità, sono sempre contente anche in mezzo alle privazioni: esse non cercano che la gloria di Dio e trovano la loro soddisfazione nel compimento della volontà di Dio: non chiedono, non desiderano altro. Se Dio vuol provarle con qualche pena, esse la ricevono con amore, ricordando che la pena è il mezzo di cui Iddio si serve per purificare le anime e per distaccarle da se stesse”.[56] “Il vero spirito di mortificazione ci induce a rinunciare ai nostri gusti ed a fare ciò che ci ripugna. Se si vede una suora che non vuole disturbarsi, che cerca sempre i propri comodi, che s’appoggia a destra e a sinistra, che ha un’aria cascante, si può subito affermare che i suoi desideri di grandi penitenze non sono che illusione. Si presenta un lavoro penoso? La persona veramente mortificata è sempre la prima ad intraprenderlo. … Una suora dovrà curare un malato, le cui piaghe rivoltano lo stomaco? Essa lo curerà con maggior piacere e dirà alla sua compagna: vuol lasciare a me la cura di quel malato?”.[57]

In questo orizzonte, la mortificazione quotidiana poteva diventare un atto efficace d’amore. E, di conseguenza, le prove della vita “occasioni” preziose  per esercitarsi nell’amore.

“Mi spiacque il sentire che sei stata nuovamente molestata da dolori artritici: ma che dico? Permettimi di correggere quest'espressione. Se ci penso bene, non me ne dispiace poi tanto. E' una croce, che il cielo t'ha data e le croci sono sempre preziosi doni di Dio. Tu mi dici che sei un carro rotto. Oh via, rallegriamoci: i carri rotti nelle mani di Dio valgono assai più dei carri nuovi. Mentre a te par di non poter fare per la tua famiglia tutto quello che vorresti, forse fai a suo vantaggio assai più di quello che faresti essendo in perfetta salute. E le particolari benedizioni, di cui il buon Dio favorisce la tua famiglia, non saranno frutto di questa croce portata con cristiana rassegnazione? Anch'io sono un carro rotto, ma se tu vedessi quanto ora sono contenta! Ho tanta allegria in cuore, che mi è forza sorridere anche quando vorrei star seria”.[58] “Soffrire non è una disgrazia, ma è essere trattati come i migliori amici di Dio”.[59] “La croce è la maggior prova d’amore che ci possa dare Iddio. … Ringraziamolo sempre anche nelle pene e nelle tribolazioni che ci manda, e così gli contraccambieremo la prova d’amore ch’Egli ci dà inviandocele”.[60]

Quello che in giovane età aveva intuito come tensione ideale, per tutta la vita l’ha poi praticato. Nella mortificazione vedeva il suo modo di conformarsi a Cristo Crocifisso come preludio della gloria. Era un atto mistico di unione con il Signore.[61] Per questo la croce non era un peso, ma un’occasione d’amore.

“Il buon Dio è l'ottimo dei Padri. Nei suoi imperscrutabili disegni la croce è una prova del suo amore. … Noi non vediamo che una croce nuda, pesante, umiliante, che par ci renda incapaci di compiere il dover nostro, e invece a questa croce sono attaccati tesori inestimabili di grazie di benedizioni, di meriti, di gloria eterna”.[62] “Anche in mezzo alle croci ti voglio serena, forte, contenta, tutta fede, speranza e amore. Io dico a te quello che non so fare io stessa: ma tu lo capisci, è il linguaggio del mio cuore, della mia fede, è il linguaggio della verità”.[63]

Nella sua spiritualità semplice ed evangelica attribuiva alla croce una forza particolare, purché abbracciata con generosità: “La croce è pesante per chi la trascina, leggera per chi l'abbraccia”.[64]

Dal carisma una personalità nuova

Vissuto ed assimilato, un carisma dà forma all’umanità che l’accoglie. La rinnova, imprimendole nuovi orientamenti di pensiero, di desiderio, di scelte. Questi sono riassumibili nelle virtù caratteristiche della vocazione a cui la persona è chiamata. Virtù che ne caratterizzano l’interiorità, predisponendola al servizio per cui è chiamata.

Il carisma, che chiama le Figlie della Carità al servizio del povero, è caratterizzato dalle virtù della semplicità, dell’umiltà e della carità. Rigorosamente in ordine, poiché è precisamente dalla loro dialettica interna che si caratterizza la loro specificità. Alla base sta la semplicità, che aiuta la Figlia della Carità ad “essere tutta data a Dio”. Non altri pensieri, non vie traverse: soltanto Dio, ricercato con cuore puro, mette di fronte al proprio servizio con quella libertà disinteressata che soccorre autenticamente il povero. Soltanto in questa trasparenza dello spirito, il povero può essere visto come è veramente nella fede: sacramento del Signore. Ma come è possibile avere questo sguardo trasparente, se dentro all’anima vive l’amor proprio che annebbia la vista ripiegandola su di sé? E’ l’umiltà che allora, sgomberando l’animo dall’invadenza ossessiva dell’amor proprio, predispone alla carità. La carità sta al vertice: tutto vi tende e tutto vi è attirato. L’umiltà è la condizione di ogni movimento autenticamente caritatevole. “Non aspettiamoci nulla - diceva suor Nicoli - da una persona per quanto pia se non è umile.[65] L’umiltà  sta al crocevia di ogni percorso virtuoso nel cammino spirituale della Figlia della Carità. Suor Nicoli si è inoltrata con slancio fin dalla prima giovinezza in questo percorso.

Semplice nello sguardo

“La semplicità si leggeva nel suo sguardo così puro, che conservò la limpidezza di quello d'un bambino. Dio solo era il movente ed il fine di tutte le sue azioni: non conosceva né raggiri né finzioni, ma agiva sempre con grande rettitudine e con non unica prudenza”.[66]

La virtù della semplicità tende a riportare l’unità nel cuore umano, superando le complicazioni e le ambiguità che la malizia vi alimenta.  Essa elimina tutti i modi di comportamento che non coincidono con la verità del cuore. La vita del semplice non si trova sdoppiata tra intenzione ed azione: il gesto esprime subito il pensiero, eliminando ogni apparenza che faccia da copertura a qualunque tipo di menzogna. “Lo spirito della nostra Comunità è uno spirito semplice, che rifugge da tutto ciò che è superfluo”.[67]

Nel pensiero vincenziano, assimilato ed insegnato da suor Nicoli, la semplicità consiste nel rifuggire da ogni forma di doppiezza o di vanità nei modi e nelle parole. E’ virtù che favorisce l’incontro con chi è povero, il quale non ha modi acculturati per esprimersi e per relazionarsi. Ma, prima di ciò, la semplicità vissuta ottiene  l’unificazione del mondo interiore intorno al Signore, che diventa il perno dell’impegno spirituale. Coincide con la “purità di cuore” che il Vangelo proclama come beatitudine per il discepolo. Il semplice non è tuttavia l’ingenuo: appunto perché ricco della scienza della fede sa destreggiarsi con la prudenza del serpente senza perdere la semplicità della colomba.

“Vi è una semplicità che è difetto. Vi è una semplicità che è meravigliosa virtù. La prima è una mancanza di discernimento, l'ignoranza dei riguardi dovuti ad ogni persona. Nell'uso mondano semplice significa persona di poco spirito, grossolana, che crede tutto. La persona semplice va dritta a  Dio, va a Dio per la via più dritta. Ha un solo desiderio, un solo scopo: piacere a Dio, Dio solo!”.[68]

La divisione e la complicazione sono opera del Maligno. La semplicità è la caratteristica propria di Dio, che Gesù ha additato come condizione di vita del discepolo, servendosi dell’immagine del bambino. Suor Nicoli riprende la stessa immagine e la sviluppa come docilità del cuore.

“Nostro Signore prendendo un bambino e mettendolo in mezzo ai suoi apostoli disse: “Ecco il vostro modello, se non diverrete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. Impariamo, dunque, dai bambini con quale assiduità un bambino sta presso la madre sua, non la lascia un istante. Così noi dobbiamo sempre tenere i nostri sguardi in Dio. Non solamente il bambino non perde di vista sua madre ma non desidera che lei. La preferisce a tutti, grida s'ella si allontana. Così l'anima semplice non mira che a Dio solo in tutto ciò che fa, ha la sola intenzione di piacere a Dio. Se si facesse una buona azione per essere lodata, stimata oppure per non essere biasimata, non sarebbe più semplice, poiché all'intenzione di piacere a Dio mescolerebbe intenzioni d'amor proprio e di vanità. … Il bambino crede tutto quello che gli dice la mamma. Così l'anima semplice ha la più gran fiducia in tutto ciò che i suoi superiori le dicono per il progresso nella virtù. Il bambino si rimette a tutte le decisioni che sua madre prende a suo riguardo: si lascia curare, trasportare, voltare in tutti i sensi con docilità perfetta, così l'anima semplice si sottomette in tutto alle decisioni dei superiori. Col sacrificio del proprio giudizio consacra a Dio la sua mente, col sacrificio della sua volontà consacra a Dio tutti gli affetti del suo cuore e questo doppio sacrificio rende perfetto l'olocausto che la semplicità offre a Dio.[69]

Il semplice, pur consapevole delle sue debolezze, resta fiducioso fino alla temerarietà nella bontà di Dio. La semplicità diventa così confidenza e fiducia senza limiti. E perciò stesso garantisce la serenità di fronte a tutte le complicazioni della vita concreta.

“Il bambino è pienamente sicuro presso la madre sua, così l'anima semplice riposa tranquilla a riguardo delle disposizioni dei suoi superiori. Non chiede: "Ma ciò che faccio piacerà a Dio?". Allontana ogni inutile ricerca di sé. Commette qualche mancanza? Se ne umilia, se ne confessa e poi sta tranquilla. Ella dice al Signore che l'ama sopra tutte le cose, che vuol amarlo sempre e se ne sta tranquilla”.[70]

Il bambino non è semplice perché è innocente, ma perché fa “tutt’uno” con sua madre. Così la semplicità è via evangelica che sfronda tutto ciò che è secondario per concentrare i sentimenti della vita sull’essenziale. La semplicità è la virtù dell’essenzialità.

“La semplicità riduce tutto a uno, a Dio solo. Quale cordialità ha il bambino per sua madre, stare fra le sue braccia, posare la sua testina sul suo cuore, carezzarla, baciarla, gettarle le braccine al collo, è tutta la sua gioia, la sua felicità, così l'anima semplice è felice d'amar Dio, e di essere da Lui amata: essa non desidera più nulla poiché l'amor di Dio soddisfa tutti i suoi desideri”.[71]

Umile nell’atteggiamento

Insieme alla semplicità, suor Nicoli aveva quasi una venerazione per l’umiltà. Diceva: “Praticare la virtù senza umiltà è gettare polvere al vento.[72]

“Aveva umiltà di cuore, di mente, di parole. Non parlava di sé; temeva di essere giudicata migliore di quello che era. Parlava con dolcezza, con bontà, anche quando aveva qualche grave motivo di afflizione. Aveva un aspetto sempre cordiale, dolce, sereno. Chiedeva perdono, chiedeva di essere avvertita dei propri difetti. Era umile anche quando questa virtù richiedeva una grande generosità”.[73]

L’umiltà per suor Nicoli coincideva con la verità di sé. Riconosceva e accoglieva il proprio nulla. Tale coscienza, però, non dava origine ad alcun avvilimento morale, ma ne era la salvaguardia. Non avendo la preoccupazione di affermarsi, era preservata dallo sconforto. La precarietà del proprio essere, per cui aveva coscienza di “esistere” in forza di un altro: questo era il sentimento vivo dell’umiltà di suor Nicoli. Quello che l’uomo “è”, lo è in forza di Dio che lo vuole. E in questo essere voluto sta la verità della sua esistenza. Mentre l’autoaffermazione orgogliosa ed egoista di sé sfocia in un vicolo cieco - o quello della pretesa che decade in delusione o della presunzione che si gonfia in menzogna -, l’ascesi cristiana dell’umiltà, che insiste sul riconoscimento del proprio nulla, libera la persona dal pericolo dell’illusione e della delusione.

“L’umiltà era la sua caratteristica. Sceglieva sempre gli uffici più bassi, ed era felice quando ci riusciva. Ricordo di aver preso parte ai Santi Esercizi diretti da lei. La vedevamo sempre la prima, in cucina a lavare le stoviglie, nonostante il suo fisico molto delicato e non si riusciva a precederla. Questo ho sentito anche da altre suore, per altri ritiri”.[74]

L’umiltà non sarebbe, però, stata un atteggiamento virtuoso sufficientemente autentico e concreto se non avesse comportato anche l’accettazione gioiosa dell’umiliazione di sé. Suor Nicoli la praticava, ricercando tendenzialmente l’annientamento di sé.

“Comincia a praticare l’umiltà – scriveva per sé in un appunto come proposito - col non parlare di te, col non scusarti mai, col chiedere perdono quando offendi qualche compagna. Poi, passa alla parte attiva: ama le umiliazioni, godi quando ne ricevi, considerale come grazie di Dio, cerca l’ultimo posto, godi di essere dimenticata e disprezzata”.[75]

L’umiltà non era soltanto una dimensione interiore. Era accompagnata dalla condizione di una reale povertà esteriore: “Assai poco si preoccupava delle cose della terra e godeva di provare gli effetti della povertà”.[76] Diceva: “Se basta uno, perché due? Se basta il vecchio, perché il nuovo? … Se in una Figlia della Carità entra l’amore delle ricchezze, Iddio si ritira”.[77]

“Gesù era il suo modello, si accontentava del necessario, evitando il superfluo ed ogni singolarità. Si rallegrava se avesse avuto occasione di praticare la povertà e la mortificazione. Non aveva a proprio uso che lo stretto necessario. La sua grande umiltà trapelava da un contegno molto semplice, sebbene assai dignitoso, un tono pieno di cordialità, uno sguardo retto e limpido. E riceveva con la stessa uguaglianza di volto le maniere più indelicate e le più commoventi attenzioni. Spesso la si è giudicata troppo indulgente, ma l’anima sua era tanto retta che non poteva supporre negli altri qualche cosa che non fosse leale e tanto meno l’inganno”.[78]

Questo lavorìo di svuotamento di sé la rendeva libera di cuore. L’abbassamento faceva spazio alla grazia. L’umiltà attirava la carità.

“Dio non vuole, nell'ordine della grazia, - insegnava alle sue consorelle dell’Asilo della Marina - che la creatura creda di poter da sola la più piccola cosa, che conti su se stessa, sulle sue risoluzioni, sul suo coraggio, sulle sue disposizioni. Quando dopo molti colpi, molte cadute, molte miserie, l'anima infine è ridotta a non più contare su se stessa per la più piccola cosa, Dio la riveste a poco a poco della sua forza, facendole sempre sentire che non viene da lei ma dall'alto. Con questa forza ella intraprende tutto, tutto sopporta: sofferenze, umiliazio­ni di tutti i generi, lavori, fatiche per la gloria di Dio e il bene delle anime; ella viene al termine di tutto; nessuna difficoltà l'arresta, nessun ostacolo le resiste, nessun pericolo la stupisce perché non è più lei ma Dio che soffre e agisce in lei. Non solo ella dà a Dio la gloria di tutto ma riconosce che è Lui solo che può e fa tutto, e che è nelle sue mani un debole strumento ch’Egli muove a sua volontà o piuttosto un niente che impiega per l'esecuzione dei suoi disegni. Una tale anima rende a Dio tutta la gloria che può aspettare da lei e non si riserva assolutamente nulla per sé, perché si tiene per ciò che è, per un niente, cosi ella glorifica Dio in tutto ciò che fa o soffre per Lui. Ella lo glorifica con questa disposizione interiore d'annientamento”.[79]

L’umiltà era come il grimaldello della sua interiorità, che la dilatava su tutto. “In tutto ciò che la riguardava personalmente era cieca, sorda e muta. Amava d'essere dimenticata e ritenuta per buona a nulla”.[80] “L’anima sua s’appoggiava in Colui che, solo, può fortificare, ed ecco perché era tanto lontana da ogni ricerca personale”.[81] Ciò la rendeva aperta ad accogliere chiunque nella carità ed a servirlo.

“Il disprezzo di sé era così sincero, che avrebbe voluto annientarsi continuamente alla presenza di Dio ed abbassarsi davanti a tutti; da ciò proveniva il rispetto che professava verso chiunque dovesse intrattenersi con lei, fosse un grande personaggio o un mendicante, al quale non s’avvicinava senza inchinarsi, mossa da un profondo spirito di fede, e che non congedava mai senza accompagnarlo fino alla porta, stando modestamente alla sua sinistra”.[82]

La carità di cui vive la Figlia della Carità non è un sentimento nato dalla sua generosità, ma dall’amore che Dio riversa in lei. La carità che suor Nicoli dispensava a larghe mani, pertanto, non era propriamente il suo amore, ma quell’amore di Dio a cui lei tenacemente tendeva.

Caritatevole nel gesto

Carità ed umiltà sono strettamente imparentate. Senza umiltà non c’è carità autentica. E senza carità, l’umiltà non è ben calibrata nella persona e può scadere nella finzione.

“L’umiltà è un gran mezzo per praticare la carità. La suora umile non disprezza la sua compagna per i difetti che può avere. Non la disprezzerà per le colpe che potrà commettere. E’ preveniente verso la sua compagna. Non dice parole pungenti. Non ha modi freddi ed alteri. Se commette qualche mancanza contro la carità se ne umilia e procura di riparare”.[83]

In questo movimento dialettico di carità ed umiltà, la semplicità non è esclusa: anzi, apporta al dinamismo della carità quella freschezza che addolcisce e rimette i rapporti nel loro punto originario, rigenerandoli. Queste tre virtù trovano la loro sintesi nell’amabilità. L’amabilità di suor Nicoli nelle relazioni fraterne era proverbiale.

“La carità sembrava in lei la regina di tutte le virtù. Pronta invariabilmente a scusare l'intenzione se non poteva approvare l'azione. Non voleva che si parlasse degli altrui difetti e chi la conobbe per lunghi anni ha potuto dire: ‘Non l'udii mai pronunciare parola che ferisse, anche poco, la carità’. Chi commetteva qualche mancanza sperimentava spesso gli effetti della sua indulgente bontà. Le anime abbattute o provate trovavano presso di lei conforto, pace, gioia. La sua longanimità era mirabile, e quando doveva fare qualche osservazione, si capiva facilmente che la faceva soltanto perché il dovere glielo imponeva. La sua perfetta adesione al divino beneplacito le vietava di lamentarsi di qualcuno o di qualche cosa: sapeva tacere davanti ad una sgarbatezza e s'allontanava sorridendo dolcemente”.[84] “Nessuno era più di lei amabile nei rapporti con il prossimo: semplice, retta, aperta, senza pretese, dolce preveniente. La sua conversazione era gaia, interessante, volentieri partecipava alle burle ed ai passatempi. … Era assai industriosa nello scusare i difetti altrui, ella, che più di tutti era perspicace nell’accorgersene”.[85]

Arrivò anche all’eroismo evangelico nella carità. Amò coloro che le fecero del male: quel male che è rifiuto della persona e disistima immotivata. Pur di salvare la carità, riteneva - e praticava - che fosse meglio persino essere schiacciati o passare per stupidi: “Non conserviamo mai risentimento per un’ingiuria reale o supposta. Meglio lasciar credere che noi siamo di corta intelligenza o insensibili o che non ci siamo accorte di nulla: bella occasione per farci disprezzare per amore di Gesù”.[86]

“Non rispose alle calunnie se non quando fu necessario parlare, lasciò a Dio la cura di giustificarla se lo credeva a proposito; soffocò nel cuore ogni risentimento ed amarezza; prodigò ai nemici ogni carità; pregò che Dio li perdonasse; non vide in ciò che le venne fatto soffrire che il compimento dei disegni di Dio sopra sé”.[87]

La prima carità era verso le consorelle. Sentiva di appartenere loro in una reciprocità senza riserve. Si coinvolgeva per creare con loro un vero spirito di famiglia, facendosi tutt’uno con la sua comunità.

“La sua carità per le compagne era universalmente riconosciuta. Non la si vedeva sottolineare i loro difetti. In qualunque momento era sempre pronta a rendere loro servizio. Talvolta arrivava alla ricreazione della sera con un voluminoso pacco di roba d’aggiustare sotto il braccio, perché lungo la giornata non le si lasciava un istante di libertà. ‘Suor Teresa, le diceva una, mi corregga questo disegno. Suor Teresa, guardi questa lettera. Suor Teresa che cosa pensava di questo … mi legga quest’altro …’. E suor Teresa, sorridente, rispondeva: ‘Eccomi!’. Deponeva la calza che aveva appena tirato fuori dalla borsa e accontentava ciascuna con la stessa uguaglianza di viso. Il no le era impossibile, quando si trattava di rendere servizio”.[88] “La sua pazienza, il suo sopporto, erano inalterabili. Se vedeva qualche cosa di biasimevole non s'affrettava a muoverne rimprovero, la sua prudente carità sapeva aspettare il momento propizio, ma un'osservazione necessaria era sempre rivolta, nel tempo e nel modo voluto, con perfetta franchezza”.[89]

Viveva con le consorelle e per le consorelle una tensione alla santità che creava comunione. Scriveva sovente a loro, soprattutto a quelle giovani suore - “le mie care sorelline, che ho amato tanto” [90] le chiamava -, che per breve tempo erano state sue seminariste. E queste lettere sono tutte un’esortazione alla fraternità e alla santità. Sovente le accompagnava con un quadretto, un’immagine, qualche lavoretto dei suoi laboratori di ricamo o, anche più semplicemente, con “qualche arancio”:[91] tutto a significare una vicinanza ed una benevolenza. Quando nella tribolazione della Marina ricevette la solidarietà di una consorella lontana, rispose: “Le sue parole di conforto mi scesero al cuore qual dolce balsamo e mi fecero sentire una volta di più quanto è bella, quanto è utile, quanto è edificante la carità fraterna”.[92]

Il rapporto con le sorelle era ricco di quella calda positività che sa cogliere il buono, spontaneamente e immediatamente, per una specie di simpatia che valorizza e rincuora.

“Brava! Mia carissima sorella, brava! Sono contenta di lei o, meglio assai, Iddio è contento di lei. Iddio è con lei. L’importante non è di vivere molti anni, ma di vivere bene, facendo bene la volontà di Dio. Ecco il segreto di farci sante”.[93]

A fondere in unità la diversità di tante persone è la medesima vocazione: l’essere tutte in un rapporto di elezione con il Signore. Il realismo di suor Nicoli mette in guardia dal fermarsi al sentimentalismo.

“Noi formiamo un solo corpo in Nostro Signore. Egli è il principio del nostro affetto, per modo che allontanando ogni umano sentimento, ogni amicizia particolare, noi siamo felici di aiutarci, sopportarci, consolarci a vicenda in ogni occasione. … ma non basta provare sentimenti di cordialità in tali e tal altre circostanze, bisogna dimostrarli sempre nel nostro modo di parlare e d'agire”.[94]  “La carità che noi dobbiamo avere le une per le altre non deve fondarsi sulle qualità naturali o i pregi esteriori: in questo caso non sarebbe vera carità, ma soltanto un sentimento umano e mondano. Lo so che vi sono persone che hanno un esteriore che piace, bei modi, affabili, verso le quali ci sentiamo come attirate, ma non dobbiamo assecondare queste tendenze: non dobbiamo neppure lasciarle scorgere. Noi siamo tutte sorelle: in una famiglia si lascia forse d'amarsi perché un membro della medesima ha un carattere difficile. Se si fa così nel mondo, seguendo la natura, qual amore dovremo avere fra noi in Comunità seguendo la legge divina della carità fraterna. Non lasciatevi impressionare dall'esteriore delle compagne. Nelle nostre sorelle ciascuna di noi deve vedere un’altra se stessa: fra noi deve esserci fusione di cuori”.[95]

La carità deve tradursi in una pedagogia quotidiana che rinnova i rapporti, altrimenti si riduce a belle intenzioni o a parole vuote. Spiegava: “Non basta sopportare, bisogna anche non far soffrire e quindi correggere il proprio carattere, renderlo dolce, benigno, affabile, allegro; ricorrere a tutte le industrie della bontà, della prevenienza, del sacrificio, per rallegrare, contentare tutti a noi dintorno; correggere con calma, parlando senza alzare la voce, senza irritarsi. I rimproveri siano sfoglia d'amore”.[96] Così la comunità locale diventa la palestra dove si allena la carità fraterna e dove si attua il precetto evangelico dell’amarsi scambievolmente.

“Nelle nostre case regna in genere lo spirito di famiglia, in grazia del quale si è felici quando si è riunite. … La suor servente parla con forza, quando il dovere glielo impone, ma in generale non ha segreti per le sue compagne. Una consulta l’altra nelle sue difficoltà, una aiuta l’altra, una sostiene l’altra, si prega una per l’altra”.[97]

Nelle sue spiegazioni sulla carità ha sviluppato alcune linee di comportamento che hanno come sostegno la condiscendenza, la buona fede ed il sopporto reciproco.

Il primo strumento di carità è la condiscendenza. Che evidentemente non è ambiguità né cedimento su ciò che è peccato o menzogna. Se si è semplici, cioè se si va all’essenziale senza troppi raggiri, allora si cerca di capire le ragioni dell’altro senza intestardirsi sulle proprie opinioni.

“Per acquistare la carità bisogna usare molta condiscendenza e cedere al parere altrui, ogni qualvolta non v'è peccato. Se ciò che ci è proposto è buono, accettiamolo anche quando non è secondo il nostro modo di vedere. Non è necessario che domini il nostro giudizio. Perché in una casa regni 1a pace, è asso1utamente necessario che le une o le altre sacrifichino il 1oro modo di vedere. Senza ciò si sarà sempre in guerra. Le suore che non vogliono rinunziare al proprio giudizio prendono l'abitudine di punzecchiare continuamente le compagne, e ciò fa danno alla carità. Allora ciascuna si chiude in se stessa e la pace è distrutta”.[98] E’ più facile adattarsi a cento persone che adattarne una sola a noi: … Se le altre non vogliono cedere, cediamo noi. Rinunciamo e non diciamo: se sarò troppo buona, la mia compagna ne abuserà. No, la compagna finirà per correggersi; la nostra pazienza la farà rientrare in se stessa e noi l’avremo aiutata a diventare migliore”.[99]

Un secondo modo per esercitarsi nella carità è concedere il beneficio della buona fede nel caso di sbagli o di offese subite. Molte sorelle sbagliano ed offendono, ma lo vogliono? Non sempre. In ogni caso, la carità sa cogliere l’intenzione più profonda e scusare. Bisogna “combattere ogni sentimento d’avversione”, senza stare lì ad indagare l’operato della persona che ci sta antipatica o che ci ha offeso; altrimenti “ciò che essa dice o fa diverrà insopportabile e difficilmente diverremo capaci di sradicare questo sentimento dal cuore”.[100]

“Purtroppo ci saranno dette parole contrarie alla carità – spiegava alle seminariste -; non pensiamoci e, se ci sentiamo offese, pensiamo che non siamo degne che si abbiano dei riguardi per noi ed evitiamo di pensar male, di supporre che abbiano cattiva intenzione, riflettiamo al motivo per cui l’una e l’altra siamo entrate in Comunità e sparirà questa prima impressione. Solo le orgogliose si rivoltano in simili casi. Allorché una compagna ci offende, noi dovremo provare compassione per questa compagna, e invece di dar luogo al risentimento nel nostro cuore, dovremmo provare dispiacere pensando alla pena ch’essa deve provare per essersi lasciata sfuggire quelle parole poco cordiali, per essersi lasciata andare all'impazienza. Pensiamo al dispiacere che abbiamo provato noi stesse, quando ciò è accaduto a noi e non ci irriteremo certo”.[101]

Una terza considerazione per praticare la carità è di saper trarre beneficio dalle occasioni in cui si è oggetto di screzi, disagi e manchevolezze da parte delle compagne. “Quando si vogliono levigare due pietre, si sfregano una contro l’altra. Lo stesso per domare due caratteri difficili: nulla è più vantaggioso che siano a contatto l’uno con l’altro”. Così “dobbiamo essere contente d’aver occasione di praticare la virtù e di provare, a quelle sorelle che ci stanno antipatiche, che noi le amiamo veramente”.[102] La carità fraterna esige il sapersi sopportare reciprocamente.

La carità è “sovrana” nell’esistenza delle Figlie della Carità. E’ la sintesi di tutte le virtù e si apprende e si pratica soprattutto nelle relazioni fraterne in comunità. Ma non si ferma qui. La carità è dinamica e diventa condivisione nel servizio dei poveri.

Carità e Missione

 I poveri suor Nicoli li aveva nel cuore. Si era fatta povera per essere con loro alla pari, come avviene nei rapporti fra gente nobile. Soprattutto nell’Asilo della Marina erano diventati i suoi amici, perché erano di casa. Bussavano a tutte le ore. Se usciva nei vicoli, li trovava ovunque.

“Un giorno mentre si recava alla novena di S. Vincenzo nella chiesa dei missionari a Cagliari, si incontrò con una povera donna che le chiese l’elemosina. Nell’avvicinarla sentì che emanava da lei un fetore insopportabile ed avendole chiesto il perché, si sentì rispondere che era affetta da un cancro al petto. Per questa infermità suo figlio l’aveva allontanata dalla casa per paura del contagio. E quindi da un mese non solo non aveva avuto nessuna cura, ma non si era potuta cambiare. Tosto suor Giuseppina l’accompagnò in un piccolo albergo, corse all’Asilo a prendere la biancheria necessaria, la cambiò, la ripulì con somma cura e la medicò. E tutti i giorni tornava da lei per prestarle le cure necessarie, finché provvide a farla ricoverare in un ospizio adatto”.[103]

Il racconto ci fa ricordare la parabola del buon samaritano. Che cosa vide suor Nicoli in quella vecchina? Il suo sguardo era mistico e religioso: andava al di là delle apparenze e, attraverso di esse, intuiva sulla scorta del carisma la misteriosa presenza del Signore che chiedeva aiuto.

“Dio riguarda come fatto a se stesso ciò che si fa per i poveri”.[104] “Il denaro che si dà ai poveri si dà a Dio, che vive in mezzo a noi sotto le apparenze del povero e che nel giorno del giudizio ci dirà: ‘Ebbi fame e mi deste da mangiare … Fui ignudo e mi rivestiste, ecc.”.[105]

I poveri sono il sacramento di Cristo sofferente, umiliato, maltrattato. Incontrandoli, incontrava il suo Signore e Sposo. Suor Nicoli, penetrando nel carisma vincenziano, non si era fermata a qualche aspetto marginale del Vangelo, ma vi si era introdotta fin nel suo centro, che è la santità della carità. Sicché vivere di carità significava continuare il mistero di comunione e di alleanza, che Gesù ha iniziato con la sua presenza storica nel mondo e che vuole perpetuare con la sua presenza sacramentale. L’Eucaristia trasforma il credente in persona di carità perché egli, a sua volta, estenda quest’amore da cui è stato raggiunto, come un’onda che tende ad avvolgere tutto ciò che incontra.

“Gesù vuole che la sua Incarnazione si estenda all’umanità intera, a ciascuno di noi. E crea l’Eucaristia. Così rimane non solo in mezzo a noi, ma si dà a ciascuno di noi, unisce la sua carne alla nostra, il suo cuore al nostro, la sua anima alla nostra anima, non formando noi nella santa Comunione che una sola cosa in Lui. Ci divinizza. Così Iddio ci ha amati. Ecco come Dio ci ama, come vuole che ci amiamo. Poiché ci ha amato senza misura, non mettiamo limiti alla nostra carità verso i nostri fratelli. Dio lo vuole! ‘Amatevi come io vi ho amati’. ‘O mio Padre fa che essi siano una sola cosa come io sono una cosa sola con voi’. Così ha reso i limiti della carità infiniti per farci capire che non avremo mai abbastanza carità”.[106]

L’abbattimento di ogni limite nella carità fu il desiderio più profondo che sorresse la vita e l’opera di suor Nicoli. Possiamo dire il nucleo più intimo della sua santità. Desiderava che la carità di Cristo si diffondesse tra i poveri.

Suor Nicoli conosceva la stretta parentela che esiste tra povertà spirituale e povertà materiale: perciò da qualunque parte si incominci, il soccorso dell’una si riverbera sull’altra. Per suor Nicoli, il povero non era solo un “bisogno” da soddisfare, ma prima di tutto una persona da incontrare. Pertanto, il risveglio della fede fra i poveri era da lei ritenuta la miglior garanzia della loro promozione. “Apprezzava l'onore e la felicità che abbiamo di far conoscere Dio ai poveri ed alle ragazze, di estenderne il regno, di guadagnargli anime; questo era il suo desiderio costante”. [107] E, parallelamente, il soccorso della loro miseria doveva sempre trasbordare nell’annuncio della bontà di Dio. Per questo la carità non andava solo declamata, ma fatta: “Siamo serve dei poveri: può una serva riposarsi durante la giornata? Una Figlia della Carità si riposa d’un lavoro facendone un altro. Non dire m’insudicerei le mani, non potrei più fare lavori fini”.[108] Il lavoro ed il servizio esprimevano senza equivoci l’amore di carità.

Di professione “figlia della carità”

Insegnava alle seminariste che la carità è come una “professione” per la Figlia della Carità. La professione indica ciò di cui una persona è esperta e che esercita riscuotendo la fiducia degli altri. La Figlia della Carità è esperta nella carità ed i poveri ricorrono a lei perché hanno fiducia.

“Ogni professione ha un nome che indica l'occupazione di colui che la esercita. La nostra professione è: essere Figlie della Carità. Queste parole significano molto e noi non lo comprendiamo abbastanza. … Le suore di parecchi istituti dedicati alle opere buone si chiamano “Suore di Carità”, ma noi ci chiamiamo “Figlie della Carità” il che significa che noi deriviamo dal Cuore di Dio. Bisogna dimostrarlo con le opere. … Noi dobbiamo essere gli Angeli Custodi dei poveri, e quindi ogni qualvolta essi s'indirizzano a noi dobbiamo accoglierli con bontà e nulla risparmiare per soccorrerli ... Noi non ci apparteniamo più: noi apparteniamo ai poveri; tutto il­ nostro tempo deve essere a loro consacrato. … Quando noi siamo in tali disposizioni, ci attiriamo la confidenza degli infelici: infatti si vedono venire a noi persone ricche in apparenza, povere in realtà, che mancano di tutto. Esse non osano far conoscere la loro miseria ad altri che alla Figlia della Carità: a questa tutto si può confidare, ben sapendo ch’essa comprende tutto ciò che è pena e povertà e cercherà rimedio a tutti i loro mali”.[109]

Il chinarsi sulla miseria, secondo lo spirito vincenziano,[110] non nasce dunque dalla semplice compassione umana, che pure si prova e che, normalmente, è il sentimento che predispone ed introduce alla carità. Il soccorso del povero ha la sua sorgente più in profondità: nell’incontro di fede e nella sequela di Cristo, che è venuto per i poveri ed annunzia il Vangelo ai poveri. Nel trattare con carità i poveri, nel venire incontro ai loro bisogni, suor Nicoli non era mossa tanto da una preoccupazione sociologica, anche se la sua opera si riverberava beneficamente sulla società, ma dal desiderio di testimoniare la carità di Cristo tra loro. Il segreto impulso della sua anima era che si potesse dilatare la fede tra i poveri. La sua amabilità, la sua dolcezza verso di loro voleva essere il prolungamento dell’amore di Cristo. Il suo impegno era finalizzato a far esperimentare anche ai poveri il Vangelo della carità .

“Nostro Signore quando era sulla terra andava continuamente da un luogo ad un altro, guarendo gli ammalati che a lui si presentavano; istruendo gli ignoranti, consolando gli afflitti. La Figlia della Carità deve fare lo stesso; deve dimenticare se stessa, non occuparsi che dei poveri. Si deve vedere in lei l'espressione della carità di Nostro Signore”.[111]

L’attenzione e la cura del povero può realizzarsi con autenticità attraverso la dimenticanza di sé. L’amore non pensa a sé: si preoccupa prima degli altri e, quanto più li ama, tanto meno pensa a sé. Dimenticarsi significa sgomberare dall’animo tutto ciò che impedisce il radicarsi della Carità di Dio. E’ il movimento caratteristico che l’Amore di Dio innesca nel credente e con la sua grazia si espande sui poveri, per attrarli a sé.

“Una Figlia della Carità tutta occupata di sé, che cerca la sua soddisfazione, non ha lo spirito di sacrificio richiesto dalla nostra vocazione. Tutto ciò che è diviso, non è solido: così non si può essere occupate ad un tempo e dei poveri e di sé. Nell'uomo purtroppo domina l'egoismo. Si mette sempre avanti se stessi; a sé è dovuto il primo posto, a sé la parte migliore. Questo attaccamento a sé è frutto della nostra natura corrotta. Ma la Carità che ci anima viene dal cielo. Grazie a questa Carità noi abbiamo tutto abbandonato e abbiamo abbracciati non lievi sacrifici per il bene degli altri: senza questa carità invano cercheremo di sacrificarci per gli altri”.[112]

E, secondo l’insegnamento di S. Vincenzo,[113] l’avvicinamento al povero deve avvenire attraverso una donazione che implicava la propria personale fatica, senza demandare ad altri quello che ognuno può fare. Suor Nicoli lo dimostrava in prima persona. Era una lavoratrice instancabile. L’amore è donazione che non sta lì né a calcolare né a misurare. L’amore manifesta la sua natura quando si fa gesto ed opera in un atteggiamento di amabilità che conquista.

“Lavorare senza tregua per amar Dio e il prossimo col sudore della propria fronte e la forza delle proprie braccia sembrava il desiderio continuo del suo cuore generoso. Era costantemente pronta a rendere servizio in una maniera così amabile che sembrava che tutto le facesse piacere”.[114]

Il servizio di carità era sempre accompagnato da esercizio ascetico con cui penetrava i bisogni dell’uomo povero che serviva con una vigilanza attiva che la tenesse legata sempre di più all’amore di Dio.

“Bisogna santificarsi  per santificare gli altri – diceva -, altrimenti si potrà fare strepito, ma vero bene, mai”.[115]

Madre nella carità

La maturazione nell’amore verginale l’aveva resa madre feconda. Le persone da lei si sentivano accolte ed amate. I ragazzi, le giovani, le sue consorelle: nessuna provava un sentimento di esclusione. Una accogliente positività la metteva facilmente in relazione con tutti, sicché tutti si sentivano rigenerare alla sua presenza. I suoi “modi cortesi, non disgiunti da un contegno riservato e modesto”, le imprimevano quella dolcezza frammista ad autorità, che costituiva il fascino della sua personalità. “La sua carità benintesa, pur essendo mite e soave sapeva talvolta mutarsi in risoluta fermezza e quando il caso lo richiedeva dispiegava un'energia della quale la si sarebbe creduta incapace”. Diceva: “La dolcezza include la fermezza, esclude la debolezza”.[116]

“Amava i piccoli, la sua fisionomia aperta, i suoi occhi purissimi, la sua anima candida, tutto sembrava pareggiarla all'innocenza. Presso Suor Nicoli ci si sentiva diventare migliori solo nel vederla così buona e la sua regolarità insegnava alle Suore come si viva e si muoia nella Comunità di S. Vincenzo. In lei non c’era né debolezza, né molle condiscendenza, né accecamento; ma si sforzava di vedere il lato bello delle persone o delle cose e scoperto quello, non guardava volontariamente l'altro. Bisognava udire con quale accento parlando delle persone diceva convinta: "Questa è così buona, quella ha tanta virtù, un'altra tante belle qualità". Era davvero la Madre, ma in questa maternità spirituale non penetravano né malizia, né illusione e se bisognava mostrarsi dura, lo faceva con tutto il suo amore per Dio e per il dovere non esitando a tagliare nel vivo per far adempiere la volontà di Dio”.[117]

Il sentimento della sua maternità si nutriva dello spirito di rinuncia per venire incontro ai gusti degli altri. Non aveva pretese per sé, quindi era disponibile alle richieste degli altri. Desiderava che gli altri traessero il maggior vantaggio possibile anche a proprio discapito. Non ci teneva proprio ad affermare qualcosa di sé.

“Il suo cuore buono provava come un bisogno di far piacere e di darsi senza calcolare, senza secondi fini. Si sentiva in lei un essere che s'imponeva per la dignità del carattere ed il riserbo del contegno. … Faceva astrazione dai suoi gusti. Non siamo mai riuscite a sapere quello che le piaceva e quello che le spiaceva; faceva astrazione dalle sue idee, che sacrificava volentieri al sentimento delle altre, non imponendo la propria volontà quando il dovere o la coscienza non lo imponevano”.[118]

Accoglieva. Accoglieva sempre e lietamente. “Sempre pronta a rendere servizio a chi che sia, si diceva grata, quando le si chiedeva aiuto. Tutti ne approfittavano: commedie, complimenti, compere, acquisti, commissioni, ospitalità senza calcolare la fatica”.[119]

“L'ospitalità era per lei un'altra forma per esercitare la carità. Le religiose di vari ordini di passaggio nella città, senza avervi casa delle loro, venivano con tutta semplicità a chiederle asilo, ed ella provava un reale piacere nel procurar loro un giorno di gradito riposo, fra le fatiche del viaggio”.[120]

La sua carità materna non si arrestava di fronte alle critiche. La carità era la legge: perciò con amabilità, come ogni madre di famiglia, le assorbiva e le neutralizzava.

“Per mesi e mesi Suor Nicoli tenne in casa due orfani, preparò loro un lettuccio provvisorio sotto la sua custodia e ve li tenne finché li poté mettere a posto in modo conveniente. L'anno dopo capitò la stessa cosa ed ella nonostante le proteste di più di uno, sorrideva amabilmente e continuava la sua opera di carità”.[121]

Serva dei poveri: curava il corpo per arrivare all’anima

La carità è indivisibile. L’amore di carità è un evento nella persona generato dallo Spirito dell’Amore. Abbraccia perciò la persona in tutte le sue attività, in tutti i suoi pensieri e sentimenti. Abbraccia tutti senza distinzione. Non è selettiva. Si concentra però là dove maggiormente vi è pena e dolore. Ha preferenza per il più povero, ma non esclude nessuno.

Suor Nicoli arrivava al povero con un sentimento generato dalla sua umiltà e semplicità, che la rendeva immediatamente simpatica. Il povero che incontrava non le appariva molto dissimile da sé. Egli, in fondo, era quello che lei sarebbe potuta essere se non avesse ricevuto tutti i doni che Dio le aveva dato. Di fronte a poveri, dunque, non c’era alcuna distanza. Soltanto una cordiale compartecipazione. Un feeling – diremmo oggi – quasi istintivo, immediato, perché in essi vedeva il fondo della sua stessa vita: medesima povertà, medesimo desiderio, uguale dignità, uguale destino. Quello che cambiava erano solo le circostanze esteriori. Perciò, “i poveri vergognosi trovavano presso di lei facile accesso, molta discrezione, compassione per le loro pene, discernimento per dare loro a tempo debito un buon consiglio ed anche un soccorso efficace”.[122]

Ma la povertà umana è caratteristica e si differenzia dalla semplice ‘carenza’ di qualcosa. La povertà dell’uomo tocca il suo spirito. Perciò per soccorrere la povertà umana è insufficiente un aiuto che soccorra dall’esterno il bisogno del povero. Lo raccomandava a suo cognato Rinaldo, che era medico chirurgo:

“Ricorda che un bravo medico mentre cura le ferite e i mali del corpo, con la parola e con l’esempio può curare le ferite e i mali dell’anima”.[123]

La carità è una vocazione che ingentilisce il mondo e lo rende più umano. Era precisamente questo l’intendimento di carità, che muoveva suor Nicoli nel venire incontro alle povertà incontrate. Ha visto la povertà sommersa dei giovani. Quella povertà tipicamente umana, che fa soffrire chi si scopre svantaggiato: o i ragazzi sbandati di quartiere che si pensavano – perché considerati tali - troppo straccioni ed ignobili per essere amabili ed importanti o le ragazze orfane, istituzionalizzate, che pativano la mancanza della famiglia.

La genialità dell’amore cristiano di suor Nicoli è consistita nel dare quell’apprezzamento che rischiarava l’oscurità della loro anima, deprivata di beni fondamentali come l’essere riconosciuti degni di benevolenza. Essa li amava di tenerezza materna e loro la seguivano. Imparavano a stare tra i banchi di scuola così come prima vivevano nell’ignoranza; si appassionavano al catechismo con la stessa intensità con cui prima scaricavano la loro energia nelle malefatte.

La carità di suor Nicoli era missionaria, secondo l’insegnamento di S. Vincenzo che ammoniva le prime Figlie della Carità: “Credete, figlie mie, che Dio s’attenda da voi che portiate ai poveri soltanto un pezzo di pane, un po’ di carne o di minestra od altri aiuti? Oh, proprio no, non è stato questo il disegno che Dio ha tracciato per voi scegliendovi affinché gli prestiate servizio nella persona dei poveri. Egli s’aspetta che voi soccorriate i loro bisogni spirituali così come quelli corporali. Hanno bisogno della manna spirituale, bisogna dare loro lo Spirito di Dio ...”.[124]

L’amore del suo cuore, l’amore che l’aveva attratta, quell’amore che aveva esperimentato non poteva essere tenuto nascosto. Tanto più che quell’amore non diminuiva se veniva condiviso. Anzi, proprio dividendosi, si moltiplicava. Essa si era consacrata al servizio del bisogno umano, per far giungere gli adolescenti e le giovani a comprendere “il grande bisogno” dell’esistenza, ossia la necessità assoluta di incontrare il Signore della storia, il destino dell’uomo.

Questo fu il continuo desiderio della sua azione: praticare la carità per rendere visibile e toccabile l’amore di Dio fra gli uomini. E quindi mostrare, nella sua fragile esistenza di donna, che “Dio è amore. E chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16). La carità verso Dio e verso il prossimo in suor Nicoli è stata “la regola di tutti i suoi pensieri, di tutte le sue parole, di tutte le sue azioni”.[125] In un incessante cammino di umiltà ha fatto di tutto per nascondersi nell’amore di Dio ed essere “tutta sua”; e, quindi, è divenuta “spazio concreto” dove Dio ha potuto misteriosamente farsi incontrare dalle persone povere. A giusta ragione possiamo chiamarla “mistica della carità”, perché ha compreso ed esperimentato che appartenere a Dio e donarsi ai poveri è un solo atto d’amore.