Testo del campo Scuola Vocazionale di  Chianale 2002

Vocazione e obbedienza  

Tutta la vita è il tentativo di dare forma all’immagine di esistenza che una persona si è costruita nella giovinezza o nell’immaginario ideale del suo sogno. Non raramente si deve constatare che quell’immaginazione si è infranta di fronte alla realtà o si è stemperata con il tempo. Da giovani tutti immaginiamo la vita. Ma la vita è quello che ci viene incontro. Essa ci prende sovente di sorpresa: e noi dobbiamo farne i conti, al di là dell’idea che ce ne facciamo. L’esistenza è, alla radice, realtà ricevuta, non realtà prodotta. Questo però non significa fatalismo, ossia rassegnazione di fronte a quanto ci è dato. Detto questo, infatti, non è detto tutto.

Occorre completare e dire che la vita è anche legata alla nostra libertà, perché la vita è anche costruzione. Ma non lo è come slegata da un disegno, o da circostanze storiche. La vita si svolge sempre dentro ai parametri della storia, a fortuità che ci sorprendono. La vita veramente ci viene incontro con le circostanze che non siamo noi a decidere. Essa ci viene incontro, ma non è una necessità che ci costringe. Viene offerta alla libertà sotto forma di dono. E di conseguenza può essere accolta o rifiutata, può essere sentita ingombrante come un peso o leggera come un bel regalo. E’ precisamente a questo punto che interviene la fatica ed insieme la gioia della propria costruzione umana. A ciascuno è affidato un patrimonio, più o meno gradito, più o meno bello: di questo patrimonio ci è chiesto di essere responsabili, ovvero di rispondere alle dinamiche che esso contiene. E’ a questo livello che si comprende la vita come vocazione.

Pertanto tutte le posizioni di vita in cui ci si atteggia a fare come se la vita fosse “cosa nostra”, di cui disporre a piacimento e a volontà, sono destinate a rendere infelice la persona, perché violentano il dato della realtà. La vita ci viene incontro, e noi siamo chiamati a corrisponderle. L’esistenza è sempre la risposta ad una chiamata.

 Voler fare da sé

Su questo orientamento di fondo, si erge l’orgoglio del volere fare da sé: il tentativo cioè di costruire percorsi di vita secondo la propria volontà, senza voler rispondere ai dati con cui siamo stati creati e alle intuizioni con cui Dio ci guida sulla strada della vita. E’ il tentativo in altre parole di farsi padroni della vita, strappandola da qualsiasi vincolo e facendola dipendere unicamente dalla propria volontà. “La vita è mia, e ne faccio quello che voglio!”: questo è il programma di una vita anarchica, diventato programma esistenziale ed assorbito senza sussulti critici.

Bisogna prendere atto che noi viviamo in una cultura in cui l’indipendenza è l’ideale. L’uomo della modernità immagina se stesso come autonomia assoluta. Dipendere è vissuto come peso e fastidio. L’ideale è non sottostare ad alcunché: neanche a Dio. Anzi l’obbedienza a Dio è vissuto come il peso massimo: e l’ateismo teorico o pratico è prospettato come il massimo di libertà. Ogni forma di obbedienza è vista come atto di debolezza e questione da bambini. Pertanto il sentimento della vita che respiriamo con la cultura del mondo in cui viviamo è quello del sentirci padroni della vita e del proprio destino. Padroni assoluti nel senso che nessuno e nessuna norma, esterni a noi e alla nostra decisione, possano interferire nelle scelte della vita. In tale visione della vita l’uomo si autodefinisce in base a progetti, il cui valore non è vincolato a nulla tranne al fatto di essere stati scelti da sé.

Seguire questa ideologia della libertà come anarchia dei sentimenti e della volontà, che accarezza il nostro, pur vero, bisogno di libertà, porta però allo sconquasso della persona. Come è possibile costruire una casa senza rispettare le norme della statica? Come è possibile innalzarsi dal suolo senza fondarsi bene sulla base? Qualunque costruzione ha i suoi vincoli strutturali. Anche l’uomo nella sua libertà è chiamato a rispettare i vincoli della propria esistenza. In questo rispetto la sua libertà si esalta, perché si esercita nel rispetto della sua struttura intrinseca. Non è forse meglio esistere scegliendo il bene, piuttosto che il male? E’ vera libertà scegliere quello che si vuole, se questo non rispetta la legge del vita? La libertà umana, proprio perché umana, è limitata: lo è entro il bene ed i valori. Anzi proprio perché si concede ai valori si auto-libera, altrimenti resterebbe vittima del capriccio e della voglia. Quando non segue il bene, e si concede al volere quello che vuole senza rispetto del valore, si ritrova schiava del male voluto.

 Il disimpegno come categoria culturale

Da una visione distorta della libertà scaturisce, paradossalmente, l’incapacità a prendere decisioni. Soprattutto le decisioni definitive, quelle che hanno a che fare con i destini della vita. E’ un dato generalizzato denunciato dalle ricerche sociologiche. Per le giovani generazioni è diventato arduo investire affetti decisivi con impegni durevoli. La questione è associabile all’alto tasso di adolescenzialità diffuso in una società sviluppatasi a partire dagli anni sessanta, quando si avviava all’età adulta una generazione per la quale la durezza della condizione umana aveva cessato di far parte della vita. A partire da quegli anni il complessivo addolcimento della vita ha propiziato la diffusione di una atteggiamento esistenziale denominato da taluno “cultura della post-durezza”, che ha comportato un’immagine distorta della condizione umana, secondo cui la vita è facile e senza limitazioni, e per questa via si legittimava un umanesimo che si costruisce secondo il “principio del piacere e del benessere”, contestando come asfittica una vita spirituale assoggettata al sacrificio ed a vincoli di qualsiasi genere.

Vi è dunque una trasformazione nel sentimento dell’esistenza, che scoraggia dal chiudersi tutte le vie di fuga con legami stabili, per non essere tagliati fuori dal gioco della vita che si presenta con sempre nuove possibilità. La vita è una sola, si dice, e bisogna goderla al meglio di tutte le sue possibilità. Di qui l’insofferenza per i legami e l’esaltazione dell’evasione e dell’avventura.

Questo dato generale di esaltazione della libertà si è accentuato, paradossalmente, anche con l’alta tecnologizzazione a cui viene sottoposto il vivere sociale. Tutto è sotto controllo, oltre ogni normale buon senso. La burocratizzazione del vivere ha realmente assunto limiti pesanti. Si è sottoposti ad un permanente sguardo sociale anonimo, perché viene da persone che non sanno neppure chi è la persona che sta di fronte. La persona nel suo lavoro, che la impegna per quasi tutto il tempo, è ridotta ad essere una funzione della società. I rapporti avvengono tramite carte, incasellamenti e meccanismi. Se si sbaglia una carta, si è subito tagliati fuori. Ci sono regole che chiudono e sopprimono ogni percorso della creatività. Ci sono anche regole per l’applicazione delle regole: senza avvocato, commercialista, psicologo si è perduti. Si è in un mondo burocratizzato, che spinge inesorabilmente a cercare sfoghi di libertà e di non assoggettamento. Per salvarsi da questo tritacarne di una società burocratizzata si è costretti a ritagliarsi spazi di relazioni affettive contrapposti agli spazi dei legami.

Nasce una netta divisione tra il mondo dei legami e il mondo degli affetti. La società rappresenta il mondo dei legami, delle regole, degli impegni; il gruppo d’appartenenza o il clan d’amici è il luogo degli affetti liberi. Il teorema che ne consegue è che se si vuole sviluppare il mondo degli affetti, bisogna sottrarre tutto quello che si può al mondo dei legami. Così il legame si mostra solo come vincolo che mortifica ed a cui sottostare il meno possibile. E la conseguenza dal punto di vista di esperienza è che non si impara né a vivere i legami né gli affetti, perché i legami sono vissuti come “peso” e gli affetti come “rifugio”.

Queste osservazioni, pur nella loro sinteticità e semplificazione, mostrano però il tipo di inquinamento spirituale in cui il giovane vive. Per disinquinarsi occorre elaborare l’immagine di un umanesimo in cui l’essere-in-rapporto nell’amore, e quindi l’essere-legame, è la figura completa della realtà umana, perché legame ed affetto non si contrappongono. Infatti stabilire un legame significa dare serietà ad un affetto, perché il legame è mettere parte di sé a disposizione dell’altro attestando così la serietà dell’affetto.

Il disimpegno dai legami e la conseguente riduzione della relazione al solo ambito amicale rivela la deriva adolescenziale della persona e la sua mancata maturazione. Non si dà umanità senza legami, poiché la coscienza dell’uomo è sottratta alla propria incertezza grazie all’essere accreditati di benevolenza da un altro: ogni persona ritrova se stessa soltanto all’interno di un legame che gli riempie di significato il suo stare nel mondo.

In conclusione c’è da prendere coscienza che, nel tempo in cui ci è dato da vivere, c’è da rimettere mano ad una rieducazione nel concepire e vivere i legami come qualità umana che danno peso all’agape, al cui servizio ogni consacrato propriamente si consacra.

 La vita è data in una compagnia guidata al destino

Scoprire l’esistenza ed il suo senso implica assumere il sentimento del legame fondamentale dal quale ognuno scaturisce: ognuno essere è continuamente tratto dal nulla. Il sentimento realistico dell’esistenza porta a sentirsi vivi grazie ad una altro che agisce in noi. Io esisto perché tu, o Dio, mi comunichi il flusso della vita. Io sono in te, e per questo posso sporgermi verso la vita senza timore di affondare. Non c’è altro sentimento più radicale di questo che possa dare solidità e pace all’animo umano.

Ma questo sentimento non resiste in noi se non c’è un’educazione continua al “sentirci figli”, cioè generati da una Presenza che sottrae l’esistenza al nulla. Forse si è anche capaci di accogliere questo dato della realtà di essere creature, ma il problema è di farlo interagire nel sentimento della vita. Questo sentimento tende a codificarsi, a diventare teoria, e come tale a non incidere nella vita se non si impara a seguire una Presenza concreta che ci indichi la strada. Un bambino lasciato a se stesso, pur avendo innegabilmente un forte senso di appartenenza a suo padre e a sua madre, farebbe quello che gli fa più comodo lontano dal loro sguardo; ma questo non può farlo se i genitori sono presenti. Non perché lo soggioghino, ma perché essi sono la verità vivente del suo cuore. La loro presenza gliela fa venire a galla. Quindi, la loro presenza non è castrante per il bambino, ma un aiuto per non essere inghiottito dalle sue voglie. Per questo l’obbedienza concreta a qualcuno è così fondamentale: è la possibilità concreta di non essere lasciato allo sbando. La fede cristiana non è una questione di mistica individuale, ma è fatta di vincoli che mediano la relazione con il nostro destino.

Prendiamo il rapporto di Gesù con i discepoli. Essi lo riconoscono come loro principio di vita. Si consegnano a Lui. Ma ad ogni piè sospinto tendono a rinchiuderlo nei loro schemi e nel loro sentimento. Essi tendono a farsi padroni dell’incontro fatto con Lui. Tendono ad impadronirsi della loro vocazione. E lo farebbero, se Gesù non fosse stato storicamente con loro. I loro guai accadevano sempre quando si assentavano, anche solo mentalmente, da Gesù. Ma Gesù è lì e li corregge. La loro saggezza sta nel seguire. Questa dinamica Gesù la lascia nella sua Chiesa. Quando lui se ne andrà manderà lo Spirito Santo, ma lo manderà attraverso la mediazione della Chiesa. Perché senza la mediazione storica della Chiesa, allo Spirito Santo si potrebbe fargli dire quello che si vuole. Le eresie sono nate sempre così: come impulso di verità al di fuori di una dinamica ecclesiale. Pertanto non si segue in astratto, si segue qualcuno nel presente. E’ precisamente obbedendo nella verità a qualcuno che è richiamo concreto alla verità, che si guarisce dalla presunzione di voler fare da sé.

Obbedire dunque è importante, ma non basta. Si può obbedire senza adesione del cuore, senza fidarsi, senza libertà in atto. “Occorre soffrire perché la Verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne”: diceva Emanuel Mounier. Ed è vero. Se non si segue con una domanda del cuore, allora si ripetono delle parole; la Verità si cristallizza in un insieme di valori riconosciuti e teoricamente accettati; si accetta un discorso, ma non si cambia il cuore e non si impara, anzi ci scegliamo noi il nostro maestro. Non è più Dio che ce lo sceglie con l'incontro fatto, e quindi con la compagnia in cui l'incontro sempre si incarna, ma decidiamo noi chi seguire.

Finiamo per scegliere chi ci lascia fare quello che vogliamo, chi avvalla quello che già pensiamo. Invece quello che ci occorre, quello che dobbiamo sviluppare, è proprio il sentimento di figliolanza, il riferirsi a una sorgente di vita, che si presenta sempre come compagnia: la compagnia così come l'abbiamo incontrata e così come è guidata. Infatti senza guida, la compagnia non è veramente tale, ma un coacervo di individui in cui ognuno fa quel che gli pare e piace. La vita è essenzialmente un ordine; un ordine che ha una mente e un cuore, quindi un principio responsabile ultimo. Questa guida domani non ci sarà più, ce ne sarà un'altra: solo Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre. Ma in ogni momento deve esserci un principio vivo, storico, un riferimento presente da seguire, altrimenti l’obbedienza svanisce, e resta una teoria.

 La vera gioia consiste nel poter dire: sono nella volontà di Dio

C’è gioia nel costruire nella libertà qualcosa di positivo. Ogni costruzione ci dà vera soddisfazione. Ma c’è da considerare un problema. Quando si è compiuto qualcosa di interessante e di soddisfacente, col tempo cala la notte. Quello che si è fatto è come se non bastasse più. Ci si può allora rituffare in qualcos’altro. Ma il punto d’arrivo è sempre lo stesso.

All’indomani del premio Strega che lo consacrava scrittore, Cesare Pavese annotava nel diario: “Adesso il rovello è che tutto ciò finirà. Prima anelavi d’averlo (il riconoscimento letterario), adesso temi di perderlo. Hai ottenuto il dono della fecondità. Sei signore di te, del tuo destino. Sei celebre come chi non cerca d’esserlo. Eppure tutto ciò finirà. Questa tua profonda gioia, questa ardente sazietà, è fatta di cose che non hai calcolato. Ti è data. Chi, chi ringraziare? Chi bestemmiare il giorno in cui tutto svanirà?” (Il mestiere di vivere, 20 novembre 1949). Le costruzioni umane hanno un punto, che danno la strozza. E’ interessante l’ascolto della sinfonia n. 7 di Beethoven, che descrive proprio questo punto dell’esistenza. Anche le più significative. Come mai? Perché? Non riescono a reggere il tempo, perché il cuore umano è fatto per l’eterno. Allora per chi riflette è essenziale poter trovare il punto d’intersezione fra il proprio limite e l’eterno. Come posso, nel gesto di quest’istante, sottrarmi all’ansia di perdere quello che vivo?

Gesù ha vissuto la sua vita umana immedesimato nel rapporto con il Padre: non ha cioè mortificato la sua umanità in una costruzione limitata alla sua volontà. Nel suo modo di agire da uomo ha perseguito la corrispondenza fra quello che pensava e faceva, con quello che il Padre pensava e voleva. La sua umanità era segnata dall’essere in sintonia con quello che il Padre gli chiedeva. In questa maniera dava compimento alla sua umanità. Perché l’umanità è compiuta soltanto quando realizza una comunione vitale con ciò a cui è destinata. La vita è comunione che salda il desiderio con il proprio destino. Come Gesù, ogni uomo è pienamente se stesso quando la sua interiorità è abbandonata alla relazione filiale con il Padre. Il Padre è il destino, per cui ogni uomo è stato creato.

Anche dal punto di vista psicologico, è rassicurante soltanto il pensiero di poter dire: sono là dove devo essere, sono in quello stato che, da sempre, quel Dio che mi ha dato la vita ha sognato che io fossi. Per questo il tema della vocazione personale non è una questione di scegliersi un posto, ma di riconoscere il posto voluto da Dio. La vocazione non è neanche cercare il posto dove stare meglio. Nella propria vocazione si potrebbe anche trovare difficoltà, momenti di ribellione, voglia di fuggire: questo è il rigurgito nell’animo della propria sensibilità non appagata. Non vuol ancora dire che non siamo al posto in cui Dio ci vuole. La serenità nella propria vocazione avviene sempre dopo un periodo di fedeltà e di obbedienza. Le scelte epocali della vita, all’inizio appaiono fascinose, poi subentra il timore. Ma quello che salva non è né il fascino, né l’appagamento; quello che tiene è l’eterna domanda: ma Tu, o Signore, dove mi vuoi? Costasse anche dolore e distacco, io voglio stare dove tu vuoi. Permanendo in questa posizione, la vocazione si chiarifica e con il tempo porta la serenità, perché si è là dove la sapienza misteriosa di Dio ci ha collocati.

La vocazione non è neanche data dalle cose meravigliose in favore degli altri che si pensa di poter fare. In queste immaginazioni si nasconde il nostro bisogno di autorealizzazione: e paradossalmente, cercando di realizzarsi, non ci si realizza. Ci si realizza, trascendendo se stessi ed i propri progetti. Una mamma è realizzata nel perdersi per il suo bambino: un bambino che non si è scelto, ma si è trovato in seno ed è cresciuto secondo un carattere diverso da quello che si era imamginato. Un uomo è realizzato perdendosi nella carità per un altro, non soggiogato dalla passione, ma donandosi nell’amore. Ognuno si realizza riconoscendosi immerso nella volontà di Dio, la cui caratteristica è di essere, almeno fenomenologicamente, diversa dalla nostra. Non sentire appagamento, non sentirmi soddisfatto: non sono ancora segni di essere fuori della volontà di Dio. Segnalano solo la personale reattività del sentimento di fronte a qualcosa che si vorrebbe diversamente e più appagante.

La vocazione di speciale consacrazione deve fare i conti con questo sentimento di ripulsa. E’ normale, perché nella vita consacrata non si vive secondo propensione istintiva. E’ normale, la paura. Va da sé. La sua assenza, sarebbe segno di poca coscienza oppure di una grazia particolare, che non si può pretendere.

Ma al di là delle sensazioni di superficie, la persona trova la sua sicurezza quando può dire: capisco che la mia vita non può realizzarsi se non seguendo te, o mio Dio, che ti sei manifestato in questo incontro e attraverso a queste facce che mi fanno compagnia. Questa è l’obbedienza della fede.

Notiamo come per gli apostoli il seguire Gesù non è stato così immediato. Dopo il fascino d’inizio, è rispuntato in loro il bisogno di potere, di piacere, di avere. Anzi alcuni hanno immaginato di potersi persino servire di Gesù e della sua potenza per soddisfarli. Hanno scambiato Gesù per un mago, non per il Salvatore. Ed in questa misura si sono perduti. Soltanto nell’abbraccio della fede al mistero che egli rappresentava per loro, essi hanno potuto realizzare se stessi.

 Il cuore dell’obbedienza

L’aspetto che turba quando si pensa all’obbedienza è che essa sia un impedimento alla propria liberazione: essa pare immediatamente come una perdita di libertà. E’ un approccio errato. Per capire qualcosa del cristianesimo, e quindi della vita consacrata, occorre capire che la libertà umana è se stessa nel vincolo dell’amore. Sganciata dal bene è capriccio. Ma questo pensiero è astratto. Per esser concreti osserviamo. Quando una persona ama, sta bene lontana da colui che ama? Quando una persona vuole bene è più contenta quando fa quello che vuole o quando accondiscende a colui che ama? L’obbedienza si comprende perciò soltanto all’interno dell’esperienza dell’amore. Questo è vero a livello umano, ma lo ancora di più a livello spirituale.

L’obbedienza, a cui ci ha educato Gesù nel vangelo, non è la sottomissione del dominato e dello schiavo; è invece l’abbandono al grande bene amato, che è il Signore. Non c’è obbedienza di fede se non nell’appartenenza gioiosa a Cristo. E poiché Cristo permane nella rete storica di una fraternità concreta, l’obbedienza a Cristo si manifesta nell’obbedienza di cuore ai fratelli, nel loro ascolto, nel consegnarsi alla verità che scaturisce da un dialogo nella fede con loro. Non si obbedisce per obbedire, alla militare, conservando nel cuore e nella mente la ribellione. Questa è un’obbedienza servile ed inutile, non certamente l’obbedienza che Gesù ha vissuto e raccomandato.

Analizziamo ancora più in profondità. Quando si obbedisce si toglie la differenza tra due volontà. Non esiste più la “mia” volontà: io rinuncio al mio modo di pensare, perché ho capito che il tuo modo di pensare, o parte del tuo modo di pensare è la verità, e perciò non ha più senso che io segua la parte del mio pensiero che non è verità. In questa fusione, parziale o totale, di volontà avviene un processo importante: la persona si sente appartenente. La persona non si appartiene più, ma appartiene ad una altro. E’ l’esperienza dell’amore, la quale, quando accade, sa liberarsi della propria volontà per farla combaciare con la volontà dell’amato. Gesù era così. Umanamente egli ha fatto combaciare la sua volontà con quella del Padre, mostrando il modello secondo cui va modellata ogni umanità autentica.

Si è pienamente umani quando si è capaci di amare. E si ama non quando si impone la propria volontà, ma quando si adegua la propria volontà all’amato. L’amore non è ribelle, ma condiscendente, perché quello che gli preme non è l’affermarsi di una propria idea, ma il rendere sempre più vincolante un rapporto.

Il senso profondo dell’obbedienza è che essa crea quell’unità dei cuori che è l’anelito segreto e l’intima fattura del cuore umano. E lo crea nel concreto della storia, attraverso le circostanze più banali, forgiando così l’animo a quella docilità che caratterizza l’essere amante. Nulla infatti è più radicalmente vero per ogni uomo di questa unità con l’essere amato, e in ultima analisi con la fonte dell’essere, con la Trinità amorosa del Dio rivelatosi.

 Lectio divina

La chiamata dei discepoli: ANCORA UNA VOLTA (Gv 21)

 Cornice del quadro

[1] Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: [2] si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. ......... [14] Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.

Il cap. 21 di Gv si presenta come “ordinato complesso narrativo”  (Snack III, 565), nonostante varie incongruenze letterarie del testo ( ad es. il fatto che la colazione sia già preparata v. 9 quando Gesù chieda di portare dei pesci appena pescati): segno che il capitolo risulta dall’accostamento di racconti tra loro separati, che però nella nuova unità letteraria ha raggiunto un armonico ordinamento.

Il redattore non si preoccupa però di nascondersi: ricomincia tranquillamente da capo, dopo che era già stata fatta la chiusa al libro (Gv 20, 30-31). Lascia intendere, quindi, di conoscere il cap. 20, al quale vuole ricollegarsi (v. 1 “Dopo queste cose ...” e v 14: “Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ...): e di conseguenza appare chiara la sua intenzione di voler inserire il racconto in una linea di continuità con il precedente Vangelo. Il doppio nome Simon Pietro è usuale solo nel Vangelo di Giovanni. Inoltre cita espressamente Tommaso e Natanaele, citati per nome unicamente dal vangelo di Giovanni, che come tipi di discepoli stanno agli antipodi: il primo fragile nella professione di fede Gv 20, 24-49; il secondo pronto nel riconoscere a prima vista in Gesù il “Figlio di Dio, il re di Israele” Gv 1, 49. Nella sequela non è questione di carattere: c’è posto per tutti, basta essere disposti a seguire. San Giovanni non si scandalizza delle debolezze dei discepoli, anzi le accentua, per mostrare la grazia di Dio. Con questi ed altri indizi è come se il redattore avesse lasciato la sua firma, manifestando di appartenere alla cerchia giovannea.

Probabilmente la redazione di questo capitolo che a prima vista si presenta come aggiuntivo (o meglio “inclusivo”: forma infatti una inclusione con il primo capitolo del Vangelo, con il richiamo rinnovato al seguire Gesù nella comunità ormai formata intorno agli apostoli e in particolare a Pietro) si deve al fatto che il redattore, affinché non andasse perduto nulla della fonte dei “semeia” che si tramandava nella Chiesa giovannea, ha elaborato con quel materiale preesistente questo ultimo quadro riassuntivo (Snack III, 572). La novità propria del redattore finale è di intrecciare il fatto della apparizione del risorto con il tema della Chiesa: è evidente la preoccupazione del redattore, nel costituire la cornice dell’apparizione di Gesù sul lago di Tiberiade, di voler raggiungere il numero di simbolico di sette discepoli come testimoni: allusione simbolica alla Chiesa. Dopo aver citato i primi cinque con il loro nome o titolo, dice per raggiungere il numero di sette: “ed altri due discepoli”. Dal punto di vista attualizzante, è come se san Giovanni tirasse dentro ogni credente in questo brano di Vangelo. Egli cioè non sta descrivendo soltanto i fatti post-pasquali, sta spiegando che cosa accade ad ogni credente.

Pertanto, questo fatto letterario trascina verso un significato teologico: la narrazione fa da cerniera fra il tempo del discepolato del Gesù terreno e quello del Cristo risorto vivente nella Chiesa. Il capitolo lascia intravedere, infatti, come in filigrana il passaggio dal Gesù risorto alla Chiesa, organicamente costituita su due articolazioni: su Gesù che offre il cibo ai suoi discepoli v. 13: “prese il pane e lo diede loro”. L’allusione è all’Eucaristia: attorno alla quale si costruisce la comunità credente; e attorno all’amore testimoniante di Pietro per Cristo, che deve continuare a manifestare nel tempo quella Presenza.

Prima scena: il riconoscimento di Gesù

Al centro del quadro sta il riconoscimento del Signore risorto orientato in senso eucaristico-comunitario: indizio è il pasto sulla riva attraverso il quale avviene il riconoscimento del Risorto.

 [3] Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. [4] Quando gia era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. [5] Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». [6] Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. [7] Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E` il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. [8] Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. [9] Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. [10] Disse loro Gesù: «Portate un pò del pesce che avete preso or ora». [11] Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. [12] Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore. [13] Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce.

Il quadro si apre con Pietro che prende una decisione: quella di andare a pescare. Un certo numero di particolari fanno balzare in primo piano il parallelismo con il primo incontro di chiamata dei discepoli raccontato da san Luca (Lc 5, 1-11, brano che si conclude con l’offerta di Gesù: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore d’uomini”; e con la risposta dei discepoli: Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono): 1) La pesca notturna infruttuosa e la richiesta di Gesù di ritentare; 2) La presenza dei figli di Zebedeo; 3) La prodigiosa abbondanza della pesca e lo stato delle reti: in Luca “si rompevano”; in Gv “non riuscivano a tirarla”; 3) Il nome giovanneo di “Simon Pietro” che si ritrova in Lc 5,8 (ritornerà nei sinottici soltanto in Mt 16,16); 4), ed è usuale solo in Giovanni; 4) La centralità di Pietro, soprattutto nel particolare di riconoscersi peccatore; 5) Anche in Luca, il concetto di fondo è quello della futura missione della Chiesa. C’è dunque un rimando alla prima vocazione di Pietro e dei discepoli. Stessa situazione: una pesca infruttuosa che si trasforma in pesca abbondante. Quasi una seconda chiamata: dopo la svolta della risurrezione di Gesù e l’inizio della missione della Chiesa.

Il tentativo di Pietro, seguito dagli altri (“Veniamo anche noi con te”), di ritornare al mestiere che avevano fatto prima di aver incontrato Gesù, rivela la difficoltà dei discepoli di accettare il fatto della risurrezione: e quindi, la novità assoluta di destino per l’uomo che è non il Gesù terreno, ma il Cristo risorto. L’evento della risurrezione è accecante per la ragione: di qui l’incredulità che deve essere vinta.

Come arrivano alla fede i discepoli, riassunti nella figura di Pietro?

L’iniziativa di Pietro di riprendersi la vita secondo la sua logica pragmatica è una logica tipica di Pietro: “E noi che ti abbiamo seguito che cosa guadagneremo?” (Mt 19,27) – Se la conclusione della vita di Gesù è stata la croce scandalosa, se nulla è accaduto circa la gloria promessa/immaginata, allora non resta che mettere i piedi per terra e ritornare sui propri passi. Ma questa logica ha un esito fallimentare (“in quella notte non presero nulla”: la notte dell’incredulità). Fuori della fede, del rapporto con Cristo c’è il fallimento dell’uomo. “Si tu te aedificas, ruinam aedificas” (Ag. Sermones, 169,11): se costruisci te stesso con le tue forze, costruirai un rudere; sei destinato a fallire. L’uomo può anche costruire senza Cristo, ma la sua costruzione è sempre incompiuta perché tarlata dall’invincibile destino di morte.

Al progetto di Pietro è contrapposta l’iniziativa di Gesù. Questa iniziativa avviene nella semi-oscurità del mattino: “all’alba”. Che Gesù si presenti all’alba è in contrapposizione con la notte dei discepoli: l’annotazione non è semplicemente temporale, è allusiva all’aurora del tempo nuovo che è dato dalla risurrezione del Signore ed è caratterizzato dalla sua Presenza nel quotidiano affaticarsi dei suoi discepoli

“I discepoli non si erano accorti che era Gesù”. Accorgersi nella fede della Presenza di Cristo nella propria vita segue il lento processo della libertà che impara a concedersi al Signore: la grazia della fede, inizialmente, quasi non la si riconosce. Poi nello sviluppo del tempo, in seguito ai fatti che aprono gli occhi, si riesce  a dire: è proprio il Signore che mi ha guidato. E’ la dinamica verso la fede descritta in modo caratteristico di Giovanni: si parte sempre dall’oscurità e ci si introduce ad essa un poco alla volta. L’uomo è quell’essere che dal buio dell’incredulità e del peccato deve venire alla luce, che è Cristo.

L’iniziativa di Gesù è segnata dalla delicatezza della carità e dell’affetto. “Ragazzi” (paidìa), li chiama, diminutivo affettivo simile al teknìa, “figlioli” dell’ultima cena (Gv 13,33). E si manifesta come attenzione di carità verso il loro bisogno: “Non avete nulla da mangiare?”. E’ lo stesso atteggiamento di servizio e di carità che il Signore aveva attuato nell’ultima cena e aveva raccomandato ai suoi: è l’atteggiamento in sé che è rivelativo. “No”: il non aver nulla da mangiare è la condizione dell’uomo lontano dalla fede o dalla fede incerta. C’è anche un po’ di ironia. E’ come se dicesse: siete proprio testardi, avete voluto fare da soli, ed ecco i risultato.

L’atteggiamento di servizio e amorevolezza di Gesù non è solo un sentimento, ma si fa azione. Le emozioni di Dio sono azioni, non semplici sentimenti infruttuosi. San Giovanni lo mette in evidenza nel miracolo della pesca straripante. Ancora una volta, il miracolo non va ridotto a semplice evento straordinario che stupisce la razionalità per l’impossibilità a spiegarlo e a dominarlo, ma più profondamente nell’ordine dei segni. La pesca miracolosa è funzionale a far scattare nei discepoli un passaggio: dall’incapacità a riconoscere il Signore alla consapevolezza della sua presenza di risorto nella Chiesa. Il miracolo è in funzione della fede: ovvero al far sbocciare l’evidenza di verità che è il Risorto nella vita della comunità cristiana.

Come nel racconto delle apparizioni della Maddalena, anche qui sono proposti due modi di riconoscimento di Gesù nella fede: quello di Giovanni e quello di Pietro (v. 7) e degli altri (v. 12). “Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: E’ il Signore”: la capacità di vedere la profonda identità del risorto è propria di colui che ama. E questo riconoscimento carismatico e intuitivo di Giovanni è riversato in Pietro, colui che rappresenta il fondamento dell’istituzione. Carisma ed istituzione si devono integrare. Pietro, a sua volta, non è ricettore passivo della comunicazione di Giovanni: mostra, a suo modo, l’amore per il Signore. Appena sente che è il Signore si butta in acqua per raggiungerlo prima degli altri discepoli: “Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci”.  Il suo comportamento diventa significativo nella contrapposizione con quello dei discepoli: essi si preoccupano della barca e dei pesci, lui ha altro a cui pensare. La sua fede è di tendere ad incontrare il suo Signore.

Due sono gli elementi che risaltano nella pericope: il riconoscimento del Signore Risorto ed il contesto ecclesiale del brano.

Il v. 13 è la risposta al v. 12: risposta con cui Gesù alla titubanza dei discepoli di interrogarlo sulla sua identità si presenta con l’azione: “si avvicinò, prese il pane e lo diede loro”. Tre verbi descrivono l’azione di Gesù: érchetai, làmbanei tòn àrton, dìdosin autòis. Non ci sono parole di Gesù: è l’atteggiamento stesso di Gesù di offrire ai discepoli da mangiare a parlare e a far scattare il riconoscimento, come in Lc 24. Questo è il culmine della pericope: la fede è un riconoscimento relazionale. Il pasto pasquale del Signore con i discepoli continua la comunione del Gesù terreno con i suoi, mantenendo la promessa di Gv 14,18: “Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete”. La fede cristiana è certezza di una Presenza, misteriosa e reale, che costituisce in comunione i discepoli. La Chiesa nasce sul fondamento dell’Eucaristia. Il richiamo eucaristico è spontaneo soprattutto per il legame che Gv 6 aveva stabilito tra la moltiplicazione dei pesci e del pane e la promessa dell’eucaristia. Il “venite a mangiare” (v. 12) risuona parallelo al “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6,35).

Il riconoscimento del Risorto, tuttavia, implica un cammino: l’identificazione storica di Gesù non è ancora il riconosimento nella fede: “Nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore” (v. 12). Può sembrare una contraddizione: sapevano bene che era il Signore, eppure aveva paura che fosse un fantasma. Il conoscere della fede è un conoscere che va al di là della percezione empirica: implica un passo di coinvolgimento e di relazione. Implica il superamento di un’estraneità che distanzia.

La scena successiva mostra la pedagogia del riconoscimento nella fede del Signore.

 Seconda scena: dialogo del Risorto con Pietro

Non è a tema solo il conferimento di un mandato particolare a Pietro: è la pedagogia che il Risorto attua verso ogni credente – tipologicamente riassunto in Pietro – per suscitare in lui un’adesione di totale consegna di sé nella relazione di amore che è la pienezza della fede. Il dare fiducia ad uno senza consegnarsi a Lui segnala un’immaturità di relazione, un trattenere ancora qualcosa che separa da lui. Gesù, nella pericope di Pietro confessante, vuole che venga superato ogni residuo di attaccamento a sé.

[15] Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». [16] Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». [17] Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. [18] In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». [19] Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».

La scena ha un contenuto linguistico peculiare a Giovanni: amare – pascolare le pecore – conoscenza di Gesù. La sequenza di domande simili crea l’atmosfera di crescendo emotivo che costringe Pietro a dare una risposta sempre più soppesata dalla consapevolezza di quanto afferma.

La prima domanda di Gesù circa il “maggiore” (pléon) amore rispetto agli altri discepoli si riallaccia alla dichiarazione, fatta da Pietro, di essere essere diverso dagli altri discepoli che Gesù aveva detto pronti all’abbandono. No, lui era pronto a dare la vita per Gesù (Gv 13, 37). Gesù l’aveva messa in dubbio ed aveva predetto il triplice rinnegamento (Gv 13,38), affermando che sulla strada della croce - quella che Lui stava per percorrere e che Pietro non avrebbe potuto seguire – l’avrebbe seguita più tardi.

Adesso è arrivato quel momento. Anche Pietro deve iniziare a percorrere la via della croce, cioè del servizio pastorale fino alla morte come il suo Signore. La scena costruita sulla triplice confessione di amore intende riabilitare Pietro nella relazione d’amore con Gesù dopo il triplice rinnegamento. Ma non contiene solo questo, contiene anche due altri elementi che segnano definitivamente la vocazione di Pietro: il ministero pastorale affidatogli e l’annuncio della sua morte nell’imitazione del Maestro. Il Risorto non solo riabilita Pietro, ma ne fa anche un altro uomo: aprendolo all’orizzonte del servizio di fede e d’amore ai fratelli e chiedendogli la definitiva sequela dell’imitazione fino alla morte in croce. Qui inizia la sua nuova vocazione, che è la ripresa, a livello di coscienza credente, della prima sequela di Gesù. Così la scena di Gv, 21 coincide con il nuovo orizzonte che si è aperto con la Pasqua.

La domanda iniziale di Gesù: “Simone di Giovanni”, riporta il discepolo a ciò che è per nascita, in antitesi a ciò a cui Gesù l’aveva chiamato e che intende renderlo. L’insistente richiesta di una dichiarazione esplicita di amore è funzionale a far fare a Pietro un cammino di coscientizzazione circa la sua storia e la sua nuova missione. La Pasqua è l’itinerario interiore e spirituale per l’assunzione matura e critica della fiducia in Cristo: nell’esperienza pasquale nasce la coscienza di fede. La storia di tradimento di Pietro deve essere trapassata dal dolore per l’infedeltà e quindi essere spogliata dall’orgoglio e dall’ostinazione: “Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?”. Il limite non ferma il Cristo che viene al discepolo, perché diventa sorgente di un grido più forte e di una consapevolezza più acuta. Senza questo dolore non si ha amore. E così Gesù risorto costringe Pietro alle corde con le sue domande taglienti, finché questi dopo avergli risposto in maniera identica per due volte: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”, è costretto, la terza volta, a dargli una progressione che lo strappa decisamente da se stesso per affidarsi al pensiero di Gesù su di lui: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”.

Sembrerebbe che tutto sia finito qui. Pietro si consegna, e la fede è compiuta. No. La fede è nel percorso della storia. Basta un nulla per rimetter tutto in discussione. Pietro “si volta”. Lascia per un istante cadere lo sguardo da Gesù, e subito si paragona agli altri, a Giovanni. Non ha ancora capito che deve paragonarsi solo al Signore: che la vita di fede è stare ancorato all’esperienza originaria fatta con Gesù.

[20]Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». [21]Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». [22]Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu, séguimi!». [23]Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?».

La risposta di Gesù è la chiamata definitiva: Seguimi! Ma quest’ultima chiamata non è diversa dalla prima, è solo maturata a un livello di maggiore profondità. Ormai ha imboccato la via del non ritorno. Pietro ormai ha capito che tutta la vita non sta in altro che nell’essere fedele a quel rapporto con Cristo. La vocazione in ultima analisi non è altro che un atto di obbedienza ad una voce che si è sentita in profondità, come in abbozzo, una prima volta, ma che ha dovuto attraversare tutto un cammino ad ostacoli per essere compresa in tutta la verità.